applicazioni di media precisione sotto i 50 kg di payload, dove un’ area di lavoro libera da slitte e strutture è un vantaggio reale. « Non lo vedo come un breakthrough ma, un po’ come è stato per i cobot, come una occupazione di segmenti di mercato prima non presidiati. Oggi è così, tra un anno vedremo ».
Arturo Baroncelli ha fatto una disamina e un’ analisi tecnico-fisica degli umanoidi
gifera, perché tutto deve essere considerato strumento dell’ uomo, non compagno dell’ uomo, anche l’ umanoide, cioè siano strumenti che facilitano e non soggiogano l’ uomo. Con una provocazione sulla sicurezza: Se non esce una normativa seria, il robot umanoide entrerà in azienda a fare certi lavori vicino all’ uomo, ma chiuso in una gabbia, che sarà tolta solo quando avremo certe sicurezze ».
Le leggi della fisica non si aggirano Il moderatore chiede un’ analisi tecnico-fisica degli umanoidi ad Arturo Baroncelli che così esordisce: « Quando saranno usati? Semplice: quando converrà. Di progetti industriali ne ho visti e firmati tanti: quando tutto il resto è congruente con le specifiche, rimangono solo due parametri: il costo e il tempo ciclo ». Su questa base, Baroncelli fissa alcune asticelle che nessuna intelligenza artificiale potrà scalfire. La prima è il payload: oggi il grosso degli umanoidi
Marco Grilli, CEO di OMAS ha portato la sua testimonianza per quanto concerne l’ inserimento del primo umanoide in azienda
porta 10-20 kg, con un limite attorno ai 50. « Tutto il mondo degli antropomorfi e delle automazioni sopra i 50 kg, quindi, non sarà assolutamente toccato. Si possono fare dei robot umanoidi tipo Hulk? Certo, ma l’ inerzia va col quadrato del raggio: braccio più lungo, problemi di motori e riduttori. La seconda asticella è il tempo ciclo: i robot che vanno come schegge sono fissati al telaio con spine e bulloni, un umanoide in piedi no. Per operazioni con tempi ciclo spinti non vanno e non andranno mai: è una legge fisica ». « La terza è l’ affidabilità: un antropomorfo a sei assi ha un MTBF sulle 60.000 ore. Un umanoide, diciamo per semplicità di calcolo, potrà avere 36 assi: significa 36 riduttori e altrettanti azionamenti e motori. Quindi l’ affidabilità è sei volte inferiore, ovvero 10.000 ore. Fine della analisi ». Dove sono interessanti, allora? Nell’ asservimento di macchine che hanno un proprio tempo ciclo, dove l’ umanoide“ con tutta calma carica e scarica”, e nelle
OMAS: dalle parole ai fatti Con Marco Grilli si passa dalle parole ai fatti. OMAS, carpenteria meccanica di precisione, operante a Numana, nelle Marche, specializzata nel taglio e lavorazione di lamiere e tubi conto terzi, è una delle aziende più robotizzate d’ Italia: « Abbiamo circa un robot ogni tre persone in azienda, 73 ad oggi. Sono decenni che investiamo sistematicamente in automazione- racconta Grilli- e siamo sempre stati consapevoli dell’ esistenza di un mercato globale, ma volevamo sfidarlo dal territorio ». Nel programma 2026 c’ è l’ inserimento del primo umanoide: un proof of concept di 18 mesi con laboratori e partner tecnologici del territorio e con il Politecnico delle Marche, con il sostegno di un bando regionale. L’ applicazione scelta è volutamente ordinaria: lo scarico dei particolari tagliati in automatico dai laser tubo, oggi prelevati dal nastro e posizionati su bancali da un operatore, che sarà affidato a un umanoide bipede con percezione visiva e tattile. Un primo test in stabilimento ha già fatto emergere“ tantissime cose molto interessanti”, a partire dal dialogo con i veicoli autonomi della logistica. Ai tempi ciclo e ai costi evocati da Baroncelli, Grilli aggiunge una terza variabile: « Noi non troviamo manodopera ed è un problema ormai mondiale. Allora anche con un tempo ciclo lungo, anche con un ritorno dell’ investimento non immediato, l’ umanoide almeno risolve. Perché introdurre un umanoide oggi? Abbiamo una visione ben chiara: entrare oggi significa essere primi nella curva di apprendimento. Vogliamo cominciare a giocarci, come diciamo noi: sappiamo che tra sei mesi sarà già diverso,
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