Verrocchio (1470 circa) sulla fontana nel cortile di Palazzo Vecchio a Firenze;
la già citata Pigna bronzea a S. Pietro a Roma, che gettava acqua dalle punte. A
queste si può aggiungere, per il diffondersi di tale gusto, di tale soluzione, ma siamo ormai già nel 1515, una statuetta del Rustici per il cortile di Palazzo Medici
a Firenze, raffigurante Mercurio, che gettava acqua dalla bocca facendo girare
uno strumento.
Né del tutto ignoto poteva essere per Gaudenzio il celebre Albero del melograno in ferro battuto, un tempo colorato, emergente dalla vasca della fontana
nel cortile del castello d’Issegne in Valle d’Aosta, castello ricostruito alla fine del
Quattrocento da Michele de Ecclesia, che per il suo mestiere, per il nome e per
il cognome si rivela essere di Riva Valdobbia. Nulla dunque di straordinario se
Gaudenzio realizza anche lui, dopo tutti questi esempi, una statua da cui zampilla l’acqua.
Tuttavia nessuno di questi esemplari famosi doveva raggiungere la forza icastica della statua di Varallo, perché in nessuno gli zampilli scaturivano direttamente da una figura umana (salvi il caso di poco posteriore del Rustici). Ma lo
spunto più diretto, lo stimolo più efficace, l’ispirazione più suggestiva ed attraente, perché a portata di mano in un libro, doveva anche per la statua del Christo Suscitato, provenire ancora una volta dall’Hypnerotomachia Poliphili in cui
nell’illustrazione della Fontana delle grazie, campeggiano sulla tazza superiore le
statue delle tre fanciulle, dai cui seni zampilla l’acqua. C’è poi anche nel volume
un modello più complesso ed elaborato di fontana mobile del melograno d’oro.
Dunque, celeberrimi gruppi scultorei bronzei tuttora esistenti e raffigurazioni grafiche di grande attualità e notorietà all’inizio del Cinquecento, dovevano
esser stati la base,