limito ad un inno dei vespri:
“ Irriga o Padre Buono
I deserti dell’ anima
Coi fiumi d’ acqua viva, che sgorgano dal Cristo”.
Poi il valore del sangue di Cristo che redime: argomento di grande attualità
in ambito teologico nella seconda metà del secolo XV. Nel 1462 il francescano
Francesco della Rovere, futuro Papa Sisto IV, aveva partecipato alla disputa sul
sangue di Cristo davanti a Pio II. Era stato poi autore del trattato De Sanguine
Cristi, e, diventato pontefice, aveva eretto a Savona, sua patria, la Cappella Sistina, presso il Duomo, oggi imbarocchita, ma ornata originariamente da un ciclo
pittorico ispirato alla devozione al sangue di Cristo.
Da qui tutta una diffusissima raffigurazione degli angeli in volo, che raccolgono entro calici il Preziosissimo Sangue, che sgorga dalle cinque piaghe del Cristo
Crocifisso, tanto caro allo stesso Gaudenzio, che la dipingerà nella Crocifissione
in S. Maria delle Grazie a Varallo (1513), in quella di S. Cristoforo a Vercelli,
nella pala della Galleria Sabauda di Torino, ed ancora in S. Maria delle Grazie a
Milano (1542), per venire poi ripresa anche dalla scuola gaudenziana ad iniziare
dal Lanino: tutti i dipinti posteriori alla statua della fontana del Sacro Monte.
L’idea della statua varallese (ed il Sacro Monte è di fondazione e realizzazione francescana) rivela inoltre un ancor più notevole affinità con un’altra iconografia devozionale, sempre riferita al sangue del Redentore, in cui dal costato di
Cristo, eretto, dopo la crocifissione, e quindi risorto, ma che abbraccia ancora la
croce, scaturisce un rivolo di sangue che raccoglie ai suoi piedi un calice.
Essa appare assai diffusa in particolare nell’ area veneta. Spiccano fra tanti
altri, gli esempi famosi di Giovanni Bellini nella Galleria Nazionale di Londra,
del Crivelli al Museo Poldi Pezzoli di Milano, del Capaccio nella Pinacoteca di
Udine. In quest’ ultima i ruscelletti di sangue sgorgano da tutte le cinque piaghe. Così pure avviene nella statua lignea del Redentore nel polittico scolpito da
Prodolone nel Friuli, attribuito a Giovanni Martini e datato attorno al 1515, in
cui con popolaresca efficacia visiva i rigoli di sangue sono costituiti da bacchette
di ferro arcuate.
La raffigurazione comparirà poi anche in ambito gaudenziano nella pala di
S. Giovanni a Bellagio ed ovviamente nel suo cartone preparatorio, conservata
all’Accademia Albertina di Torino, con un unico fiotto di sangue che sgorga
dal costato, poi nel Cristo in piedi che mostra le piaghe ed abbraccia la croce,
in S. Giuliano a Vercelli, attribuito ora al Giovenone, ora al Lanino, ed anche
693