alterando non solo il cognome, ma mutando anche il nome. A differenza poi di
tutti gli altri, il Bartoli nel 1777 assegna la statua di S. Carlo allo scultore valsesiano Gaudenzio Sceti, che all’epoca di esecuzione doveva esser già morto da
vari anni. In fine il Ravelli parla dello scultore «Odeone».
La scelta dell’Arrigoni, scultore lombardo, pur essendo passata la Valsesia
ormai da un quindicennio a far parte dei domini sabaudi, rivela che in campo
artistico essa si sentiva ancora legata al suo ambiente tradizionale, gravitando,
almeno per la pittura e la scultura, nell’orbita di Milano.
Per quanto riguarda le pareti del piccolo ambiente, vennero eseguiti degli affreschi con numerose figure tra architetture e tendaggi, che, da quanto si può
oggi dedurre da vecchie fotografie, sembrano ancor legate ad una tradizione
gia-noliana. Esse, stando alle guide del 1743 e del 1751, erano opera «del nostro
Borsetti Varallese». Ma poiché le statue modellate dall’Arrigoni per l’Ingresso
in Gerusalemme e le altre da lui restaurate erano state dipinte da Pietro Borsetti,
bisogna pensare che anche questi affreschi siano stati eseguiti da Pietro e non
dal più celebre Carlo Borsetti, nativo di Casetti di Boccioleto, e non di Varallo, ed allora appena ventiquattrenne, a cui in seguito per confusione verranno
assegnati. Il primo infatti a ritenerli di Carlo fu il Bartoli nel 1777, seguito poi
dalla maggior parte dei compilatori di guide del Sacro Monte, fin che nel 1914
il Galloni rettificò l’equivoco.
Il gruppo statuario, di cui ci si può fare un’idea attraverso alle xilografie che
illustrano le guide del 1743 e del 1751, era ancora completo nel 1829, quando
nell’interno della piccola cella era già stato sistemato anche il letto di S. Carlo.
Purtroppo però, forse nella seconda metà dell’Ottocento, venne eliminato l’angelo in volo. Annullato così il mistico colloquio, la figura di S. Carlo, rivolta
verso l’oratorio del Santo Sepolcro, risulta piuttosto melodrammatica per l’intensità enfatica dei gesti, di un greve e un pò popolaresco barocco lombardo,
accentuato da un’esecuzione non molto raffinata, mentre il volto, che pare sia
stato modellato sulla maschera mortuaria del Santo, conservata presso la famiglia Borromeo, rivela un realismo aggressivo e quasi esasperato. •
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Cappella - 43