ordine a’ suoi di fare partenza dal monte; egli entrò senza farne motto alcuno
nella grotta del santo sepolcro, ove si mise in orazione, parendo che non potesse
partirsi di questo luogo. Accorgendosi i suoi di non esser seguiti da lui, ritornarono indietro; e dopo averlo ricercato invano or qua, or là per quelle cappelle,
lo ritrovarono a far orazione in detta grotta. Lo accompagnarono poi a basso,
camminando egli a piedi assai francamente; e montando a cavallo nel borgo di
Varallo, venne subito ad Arona...».
Non deve certo stupire questo episodio così insistentemente narrato dai biografi, se si considera che notevolmente doveva essere il numero degli accompagnatori del cardinale e che quindi coloro che erano più avanti potevano pensare
che egli si trovasse nel gruppo di quelli partiti per ultimi, e viceversa.
A Varallo poi ed al Sacro Monte era ben vivo e preciso anche a distanza di
decenni il ricordo delle lunghe veglie e delle profonde meditazioni del Borromeo presso il Santo Sepolcro. Ce ne dà una testimonianza irrefutabile un atto
notarile del 20 ottobre 1663, rogato dal notaio varallese Giuseppe Antonio Gasparino per conto di Francesco d’Adda, convalidato dalle testimonianze dello
stampatore e libraio Giuseppe Pitto Sceti e di Giuseppe Midolo. Nella descrizione minuta ed attenta del Sepolcro, il documento, passando ad illustrare il
secondo ambiente, cioè la vera e propria cella funeraria, così dice: «in (cuius)
primo angulo ad levam S. Carolus Cardinalis Bprromeus, dum in humanis ageret, die nocteque prolixe ardenter et cum lacrimis (ut dicitur) orabat, ibique
per Angelum transi-tus die admonitus fuit». Dunque, proprio nell’angolo di
sinistra appena entrati, S. Carlo pregava a lungo e ardentemente e con lacrime,
come dicono, di giorno e di notte, e lì ricevette da un angelo l’annunzio del
giorno delia sua morte. Affermazione che smentisce quanto asserirà pochi anni
dopo il Fassola, secondo il quale S. Carlo avrebbe ricevuto l’annunzio della sua
prossima morte nella cappella di Gesù nell’orto degli ulivi.
A tutti questi scritti si rifaranno i vari compilatori di guide del Sacro Monte,
ad incominciare appunto dallo stesso Fassola.
È ovvio che un luogo tanto caro al Borromeo, anzi, quello da lui prediletto,
come ci attestano così numerose ed antiche testimonianze, quindi così carico
di suoi ricordi, non poteva rimanere senza qualche segno esterno, visibile, che
ne tramandasse il ricordo ai fedeli ed ai posteri che anzi incitasse ad imitare la
pietà del Santo. E così sotto il portico antistante, sulla porticina d’ingresso al
vestibolo del Sepolcro, proprio al di sotto della storica lapide di Emiliano Scarognini del 1491, venne collocata una scritta, già esistente all’epoca della guida del
1743, entro un flessuoso cartiglio dipinto ad affresco, che dice:
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Cappella - 43