non solo sotto l’aspetto devozionale, ma anche per la sua originalità e per le
opere d’arte che lo arricchiscono. A pochi anni dopo la sua realizzazione risale
un disegno di alta qualità e di toccante intensità emotiva, ritenuto del De Grott
(morto alla fine del 1712), e conservato nella Pinacoteca di Varallo, che raffigura
S. Carlo genuflesso nel nuovo oratorio, davanti alla balaustra dell’altare, mentre
viene avvisato dall’angelo della sua prossima morte. Geniale ed ardita è l’ubicazione del mistico colloquio in questo nuovo e scenografico ambiente, che deve
aver attratto l’interesse del pittore, ambiente certo di tutt’altro effetto rispetto
al più umile ed anonimo andito d’ingresso al Santo Sepolcro, situato a pochi
metri di distanza, e in cui in realtà avvenne il colloquio secondo la tradizione.
Non molto tempo dopo, attorno al 1720-25, si sentirà l’esigenza di eseguire
una riproduzione a stampa dell’oratorio, inquadrandolo frontalmente con al
centro l’altare sovrastato dall’urna del Cristo deposto, sontuosamente ornata
e con davanti, in primo piano, la balaustra marmorea, donata, come sappiamo,
dai fratelli Alberganti, che occupa quasi completamente la campata centrale, delimitando il presbiterio. Ai lati, nelle altre due campate, raffigurate di ampiezza
un po’ ridotta, sono ben visibili: in quella di sinistra la porticina d’ingresso con
i quattro scalini per scendere al sottostante piano dell’oratorio, ed in quella di
destra, attraverso un’altra porta simmetrica, risaliti altri quattro scalini, un vano
retrostante alla cella del Santo Sepolcro. In alto, al di sopra delle due arcate laterali, compare a sinistra, entro ad un ovale, il ritratto di Don Giuseppe d’Adda,
cui è dedicata l’incisione, ed in corrispondenza a destra lo stemma marchionale.
In calce, la lunga, encomiastica didascalia dei tipografi eredi di Gerolamo Draghetti, enumera tutti i titoli nobiliari e le benemerenze del marchese, conte e
barone Giuseppe (vissuto fino al 1759), pure lui insigne benefattore del Sacro
Monte, che avendo sposato nel 1705 Livia d’Adda, riunisce i due rami della
casata, inoltre, essendo stato erede di Giovanni Salvaterra, ne assume anche il
cognome dando origine alla stirpe dei d’Adda-Salvaterra.Vari decenni dopo la
stampa di questa rara incisione, di particolare interesse anche sotto l’aspetto
documentario, nell’interno dell’oratorio vengono sostituite le due colonne, originariamente in sarizzo, come ricorda il Galloni” per donativo, colle presenti di
marmo verde di Cilimo” nel 1775, conferendo così un tocco di maggior sontuosità al sacro ambiente ed uniformandole a quelle della monumentale tribuna
alfieriana dell’altare maggiore della Basilica.
Un nuovo intervento si verifica più avanti, ormai nella seconda metà dell’Ottocento, con la ristrutturazione e la sopraelevazione sul Santo Sepolcro, eliminando quanto ancora rimaneva degli umili ambienti abitati dal Caimi, per ri668
Cappella - 43