padiglione, cioè a quattro spioventi, come è chiaramente visibile nella pala di
Giuseppe Giovenone il Giovane nella chiesa parrocchiale di Caresanablot,
databile verso il 1560. Ben presto, come si è detto trattando del portichetto,
gli si affiancò sulla sinistra il piccolo sacello con l’altare dedicato all’inizio
del Cinquecento a San Francesco e gli si antepose il portichetto antico, che
si affaccia sulla piazza.
Con l’andare del tempo, nella seconda metà del Cinquecento, si eresse alla
sinistra, sullo strapiombo dominante Varallo, la casa del Valgrana. All’inizio del
Seicento venne quasi fasciato dal loggiato che dal Palazzo di Pilato, delimitando
verso occidente la Piazza Maggiore, conduce alla cappella della Salita al Calvario. All’inizio del Settecento tutto l’insieme venne stravolto sul lato destro
con l’abbattimento dei due piccoli ambienti laterali e della successiva cappella
gaudenziana del Noli me tangere, ricavando l’attuale oratorio del Santo Sepolcro, circondato dal nuovo portico ed innalzando sul retro un piccolo campanile.
Questa situazione è chiaramente visibile in alcune vedute panoramiche della
Piazza Maggiore, come quella all’acquaforte di Gerolamo Cattaneo nella guida del 1777, ricopiata xilograficamente e pubblicata, nelle successive guide del
1812, 20, 26, 29, nelle quali si possono osservare le due finestrelle originarie del
primo piano ed il tetto non più a quattro falde, ma ridotto ad un solo spiovente
verso la piazza.
Galloni e l’antico edificio
Nella seconda metà dell’Ottocento poi, come ricorda il Galloni in una pagina
piena di rimpianto e di commossa poesia, l’antico edificio viene ulteriormente
alterato. Scrive il Galloni:” Il ricetto di fianco al S. Sepolcro, sull’a picco della
roccia, fu primamente parte della dimora di Bernardino Caimi. Là il monaco
inspirato, beandosi alla vista dello splendido circostante panorama, ne pensò
le analogie colle alture e colle valli di Terrasanta. Di là, spingendo lo sguardo
lontano fin dove l’erta del monte nasconde lo scintillare delle serpeggianti acque del Sesia, benedisse l’avanzare frequente delle turbe che per aspro sentiero
salirono salmodiando alla nuova Solima. E fu sottratto al pubblico godimento
dei ricordi e del più bello dei panorami. E, quel ch’è più, coll’elevarlo, si chiusero i sovrastanti finestroni della galleria uscente dal Palazzo di Pilato, guastando
la severa ed imponente linea del monumento, mentre la debole consistenza del
fabbricato e la povertà dei materiali usati alimentano il dubbio che il concessionario siasi fatto più sollecito di procurare una propria comodità che non uno
stabile beneficio al Sacro Monte”.
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Cappella - 43