attribuzione che ai nostri giorni trova concordi tutti gli studiosi di pittura piemontese del Cinquecento.
Un’efficace e diretta testimonianza di come si presentava originariamente
l’affresco oggi ridotto ai tre frammenti della Pinacoteca di Varallo, ci è dato da
uno schizzo tracciato dall’Arienta e da lui donato alla Pinacoteca varallese, passato poi al Museo del Sacro Monte ed esposto nel 1998 in una mostra intitolata
«La città del Museo» nel Palazzo dei Musei di Varallo.
Al centro della scena dominava la figura seminuda di uno sgherro colto di
schiena, mentre più in dietro, sulla sinistra, su di uno sfondo architettonico in
prospettiva, compariva il gruppo di Gesù afferrato da una schiera di manigoldi.
Sulla destra poi, in posizione sopraelevata, entro un portico ad arcate si vedeva
Pilato seduto che pronunzia “la sentenza di condanna, mentre sull’estrema destra conchiudeva la composizione un personaggio in piedi in abito cinquecentesco, rivolto verso l’esterno.
Delle tre parti dell’affresco laniniano strappato dal muro nel 1886 o 87 dallo
Stefanoni di Bergamo, la maggiore contiene il Cristo tra gli sgherri; la seconda
Pilato che pronunzia la condanna e l’ultima, più piccola, il personaggio cinquecentesco vestito di nero, variamente ritenuto un benefattore o l’autoritratto del
Lanino.
Il secondo frammento costituisce dunque la prima raffigurazione della Condanna a morte di Gesù, presente sul nostro Sacro Monte. Dal punto di vista
compositivo rivela evidente l’impronta laniniana e l’impostazione cara al pittore, come nel gruppo di destra della Caduta di Simon Mago nella predella della
pala di Borgosesia del 1539, nella Disputa di S. Caterina in S. Nazzaro Maggiore a Milano e nella assai più tarda pala di Ester ed Assuero di proprietà privata,
ma qui a Varallo espressa con un tocco di maggior immediatezza.
Pilato seduto in trono sotto il baldacchino, in posizione diagonale, rivolto
verso sinistra, cioè verso il Cristo contenuto nell’altro frammento di affresco, è
assistito da due dignitari e regge con la sinistra un lungo e sottile scettro, mentre
con la destra sollevata è colto nell’atto di pronunziare la sentenza.
Non compare nessuna figura di paggio con brocca e catino, per cui è insostenibile che si possa trattare dell’episodio di Pilato che si lava le mani.
La raffigurazione dunque, trattandosi di un dipinto entro una cappella dedicata ad un altro soggetto, ad un altro mistero della passione di Cristo, costituiva
nel Sacro Monte di metà Cinquecento solo un elemento marginale, un richiamo visivo, un suggerimento ed un completamento in un contesto più ampio, ma
non una vera tappa, una vera stazione tutta dedicata a rivivere ed a far meditare,
427