opera di Tito. In questa veduta drammatica ed impressionante per l’atmosfera
cupa e caliginosa, il Tanzio riprende con appena lievi varianti, la raffigurazione
dipinta circa due anni innanzi nella Prima presentazione di Gesù a Pilato, sul
lato sinistro, accanto all’Impiccagione di Giuda. Anche qui favolosi ponti sono
gettati su strapiombi, anche qui domina truce una poderosa rocca, quasi del tutto identica alla precedente, tanto da rafforzare la mia impressione che si debba
trattare veramente di un vivo ricordo di qualche castello laziale ben noto al Tanzio, un qualcosa che sta a mezzo tra la rocca di Nepi ed il castello di Fondi, quasi
ribadita conferma di aver soggiornato non per poco a Roma e nel Lazio.
Più in basso, al di sotto del formicolante andirivieni degli assedianti, un rudere marmoreo di edificio classico, che spicca candido, esibisce a chiare lettere
sull’architrave la profezia di Gesù su Gerusalemme; “Non manebit supra lapidem”, anch’esso evidente reminiscenza del soggiorno romano del pittore.
Sull’ampia parete di fondo, dietro al trono di Pilato, scandita da un grandioso arco serbano, continua lo straripante accorrere della folla che si stipa, mentre
qualcuno s’arrampica sul pilastro, assediando tutt’attorno la stessa aula del Pretorio. Anche qui il Tanzio continua ad esibire con rampollante fantasia la più
ampia sequenza di umanità in un coro unitario, che non si interrompe neppure
nella zona nascosta alla vista dietro l’alto schienale del trono, anzi, ci dà proprio
in questa parte, con l’esempio nell’elegantissimo paggio genuflesso in costume
del primo Seicento, di un tocco più gentile e lirico, di pittura quasi di corte, un
aspetto poco noto del suo temperamento. Ma subito accanto la bionda figura
femminile biancovestita, nella posa, negli occhi sgranati, nella sigla nervosa del
candido velo, discende dritto, dritto dalle michelangiolesche sibille ed antenate
di Cristo della Cappella Sistina.
Sul terzo lato, in basso, prosegue l’impetuoso ammassarsi di popolo urlante,
preda delle più varie passioni, che si sfogano con le allucinanti espressioni dei
volti, tanto da rasentare spesso esasperate caricature, col gestire eloquentissimo
delle mani dalle dita affusolate, sventaglianti nell’aria. Le pennellate, quasi impressionistiche, più nervose, rapide, sommarie del consueto nel linguaggio pittorico del Tanzio, accentuano l’effetto di mobilità concitata e palpitante.
Sullo sfondo, nell’alto il pittore sintetizza con tre elementi il sogno di Claudia Procula, moglie di Pilato, sull’innocenza di Gesù. Al di là di un arco, nella
penombra calma della notte, Claudia Procula è raffigurata dormiente sul suo
letto; a mezz’aria, sferzato dalla luce, un angelo in impetuoso volo la minaccia
con la spada ed indica nel cielo il gruppo del Cristo tra nubi e angeli.
All’estrema sinistra della sala, come già all’estrema destra si apriva una porta
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