accordarsi negli scenari del Sacro Monte”.
Infatti il suo modo di dipingere tutto interiorizzato e meditativo, dai timbri sfumati e morbidi, era adatto per la riflessione, il raccoglimento, non tanto
per una folla da coinvolgere e da impressionare con forti messaggi e con intense
emozioni.
Per di più monsignor Bascapè, sostenitore del Moncalvo, era ormai in condizioni di salute sempre più gravi, tanto che morirà il 6 ottobre dello stesso anno.
Tuttavia la ragione fondamentale sta nei fatto che Giovanni d’Enrico doveva
ancora dare inizio all’esecuzione delle statue.
Intanto rientrava dopo circa tre lustri dall’Italia centrale il Tanzio, ed il suo
dipingere focoso, animato, a vivi contrasti, doveva sembrare molto più consono
alla tradizione del Sacro Monte. Viene infatti ben presto incaricato di affrescare
la cappella di Gesù condotto per la prima volta da Pilato ( 1616-17), ed è umano
pensare che Giovanni d’Enrico volesse fargli avere altri prestigiosi compiti, anche per il loro pieno accordo dal punto di vista stilistico.
Si attese quindi che il Tanzio avesse finito la sua prima, validissima prova
sul Sacro Monte per affidargli l’incarico di affrescare il mistero della Lavazione
delle mani, che dovette iniziare dopo un breve intervallo.
Si può ritenere che mentre Giovanni, tra il 17 e il 18 stava eseguendo i gruppi
statuari, si andasse concertando il piano progettuale per il ciclo pittorico, i soggetti da rappresentare, ed il pittore iniziasse a tracciare i primi schizzi, i disegni
di massima. Subito dopo, appena completata la parte scultorea, nel 18 appunto,
il Tanzio dovette affrontare l’impresa e condurla a termine almeno entro il 20
in perfetta consonanza e piena, ideale collaborazione con l’opera del più anziano fratello.
L’aula del Pretorio di Pilato, sotto il pennello del Tanzio si trasfigura in un
maestoso salone d’onore d’un palazzo, o ancor più di una villa principesca romana del tardo Cinquecento, di gusto manieristico, influenzato dal Vignola.
Le tre ampie pareti, impreziosite da decorazioni a disegni geometrici di finti
marmi, come nei palazzi romani tra Cinquecento e Seicento, si aprono in solenni archi, prospetticamente affacciati su ampie gallerie che circondano da tre
lati il salone centrale, come un deambulatorio, con una soluzione che in parte
anticipa quella che adotterà circa dieci anni dopo per la sala del trono di Erode,
invertendone solo gli elementi. Qui la galleria, o porticato circonda all’esterno
il salone; là si troverà all’interno, come il porticato di un cortile o di un chiostro.
Ma sul quarto lato, quello di facciata, non c’è più la finta galleria dipinta in
prospettiva a dar l’illusione ottica di un più ampio complesso architettonico,
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