la corda, quindi di un solo manigoldo.
Ma in quella del 1566 è chiarissima invece la presenza dei due sgherri: quello
davanti e l’altro dietro, con il verso «Nel mezzo a manigoldi mal trattato».
Nel 1593 se ne ha conferma dalla relazione di monsignor Bascapé: «Figurae... non nullae M(agistri) Gaudentis...». Quindi alcune soltanto, non tutte, di
mano di Gaudenzio, cioè quella di Gesù e del primo manigoldo, ma non l’altra,
essendo in tutto tre.
Ne consegue che il secondo sgherro, più esattamente un soldato, deve esser
stato posto nella cappella dopo il 1514 e prima del 1566. Ma non essendo di
Gaudenzio e della sua bottega è impossibile che sia stato scolpito mentre lui
operava sul Monte per i grandi complessi della Crocifissione, della Natività e
dei Magi, cioè fin verso il 1528-30. E però una statua lignea e noi sappiamo che
dopo Gaudenzio c’è stato un periodo di ritorno alla scultura in legno, precisamente attorno al 1540 con la cappella della Cattura, finanziata dal Marchese
del Vasto, governatore di Milano, e verso il ‘50 con le due del primo Palazzo di
Pilato (la primitiva Flagellazione e la primitiva Coronazione di spine).
Confrontando questa statua di sgherro o di soldato con quelle delle tre cappelle ricordate (le statue delle ultime due, come si ricorderà, sono state riutilizzate in parte nelle attuale Cattura e nella Flagellazione) si può facilmente cogliere nei gesti legnosi e bloccati, nella modellazione secca ed elementare, nell’abbigliamento privo di scioltezza, una notevole analogia stilistica ed iconografica
soprattutto con quelle della Cattura, ed in modo del tutto particolare con il
soldato che si trova al fondo sul lato destro. Per cui mi pare logico concludere
che l’artefice delle statue appartenenti alla Cattura realizzata attorno al 1540,
abbia avuto negli stessi anni l’incarico di animare un po’ di più la gaudenziana
cappella della Spogliazione delle vesti, costituita fino allora da solo due statue (la
Madonna, S. Giovanni e la Maddalena sono affrescate sulla parete di destra)
aggiungendo una terza figura scolpita.
Risolto dunque questo problema finora imprevisto, passiamo alle due statue in terracotta, documentate tra quelle del d’Enrico nella nota di pagamento
dell’aprile 1640. Dovrebbero quindi essere autografe del maestro.
Ma l’esecuzione tarda, quando ormai Giacomo Ferro, già garzone ed allievo
del d’Enrico, era diventato suo socio e collaboratore, ed il risultato non dei più
alti delle due figure, ha fatto pensare troppo drasticamente ad alcuni compilatori di guide che si trattasse di opere dovute esclusivamente alla mano del Ferro.
In realtà, pur ammettendo che l’esecuzione materiale spetti in notevole parte
al Ferro, l’ideazione, l’impostazione vitale e dinamica delle figure, l’impianto
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Cappella - 32