scenico devono essere esclusivi del d’Enrico, per cui mi pare si debba parlare di
Giovanni d’Enrico con la collaborazione del Ferro.
Riguardo infine alla datazione delle cinque statue, appartenenti, come adesso
ci risulta chiaramente, a ben tre momenti diversi, in mancanza di documenti
precisi, ritengo si possa giungere a queste conclusioni.
Per le due di Gaudenzio gli anni più convincenti mi pare siano quelli attorno
al 1509-10. Prima, come noto, la cappella conteneva il gruppo ligneo oggi nella
Pinacoteca di Varallo, eseguito non certo prima del 1493 quando la cappella
non aveva ancora un nome preciso, ed è impensabile che sia rimasto nel suo
luogo originario appena appena un decennio. Dopo il 1513 non è sostenibile,
perché la prima guida del Sacro Monte, stampata nel marzo del ‘14, e che quindi
riporta la situazione degli ultimi mesi del ‘13, già cita le due statue.
Per il soldato scolpito in legno, come già si è detto, la datazione più logica
deve aggirarsi attorno agli anni di esecuzione del gruppo ligneo della Cattura,
cioè attorno al 1540.
Per le due statue del d’Enrico e del Ferro il margine di tempo va dal 1629 (il
vescovo Volpi, come si ricorderà, nell’agosto del 28 aveva trovato ancora vuota
la cappella, ma non aveva ancora preso nessun provvedimento al riguardo) al 39
quando il d’Enrico praticamente cessa la sua attività sul Monte. Ma considerato
il suo intervento ad Orta, attorno al 1637-40, l’esecuzione delle statue dell’Affissione alla croce tra il 1633 ed il 37 circa e di quelle della Deposizione verso il
37-38 al massimo, penso che le nostre due figure possano esser state modellate,
o attorno al 1633, subito prima di quelle dell’Affissione alla croce, o più probabilmente ancora, subito dopo, cioè attorno al ‘37, dando così pieno compimento
alla parte scultorea della Salita al Pretorio.
Ne risulta un “assemblaggio” di tre epoche diverse, di tre sensibilità diverse,
con parti di altissima, struggente poesia dolente e commossa nel Cristo di Gaudenzio, di drammatica violenza nello sgherro che lo trascina, di ingenua, popolaresca teatralità nel soldato scolpito a metà Cinquecento, di vitale, impetuosa
azione nei due soldati di Giovanni d’Enrico e del Ferro.
Bisogna riconoscere che di fronte alla difficoltà di fondere ed amalgamare
queste tre diverse testimonianze scultoree il d’Enrico, ancora una volta, ha rivelato le sue rare doti di regista sapiente, distribuendo le figure nello spazio della
cappella con senso di spontaneità e naturalezza, in modo da coprire figurativamente tutta la zona antistante la grata lignea, dislocando i personaggi, ora in
primo piano, ora in posizione più arretrata, ma sempre tra loro legati dalla forza
dell’azione e dall’impeto del movimento che con corale unità li guida con an373