Ma il particolare più suggestivo ed avvincente dal punto di vista pittorico, non
solo di tutta la parete, ma di tutta la cappella, è quello che si trova in basso a sinistra, sotto al trono di Pilato, purtroppo quasi completamente nascosto dalle
statue antistanti.
Con felice fantasia, in voluto contrasto con tutta la carica di sofferenza che
domina la scena dolorosa, due bimbetti in eleganti costumi del primo primo
Seicento, un bambino ed una bambina dagli occhi sorridenti e pieni di brio, si
divertono, noncuranti del dramma, con un uccellino. Viene anzi da pensare che
proprio per questa loro presenza così arditamente profana ed avulsa dal clima
dolente del mistero, siano stati di proposito celati per quanto possibile, alla visla
dei visitatori con l’intervento scultoreo di Giovanni D’Enrico.
Infine sulla parete di sinistra, in mezzo ad un paesaggio è raffigurata la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre a ricordare, come scriveva il Cusa,
le parole di Dio ad Adamo, che la terra sarebbe stata per lui maledetta e non gli
avrebbe procurato che triboli e spine.
Si tratta di un soggetto ricorrente al Sacro Monte, infatti, oltre che nella prima
cappella di Adamo ed Eva, esso ritorna anche in quella dell’Incarnazione, affrescata dopo il 1637 dal Gherardini.
Oggi purtroppo il dipinto è ridotto in pessime condizioni. Delle figure di Adamo ed Eva si scorgono solo più i contorni e dell’angelo volante con la spada
sguainata rimane appena la parte inferiore con le vesti svolazzanti.
Infine sulla lunetta esterna, sopra la vetrata e la ricchissima grata di splendida
fattura seicentesca, compare un angelo addolorato recante la corona di spine
con un motto scritturale riguardante lo stesso mistero. Chi ne sia stato l’autore
è difficile dire ma è facile pensare che debba trattarsi o di Ortensio Crespi, o di
Giovanni Battista Testa.
Nel complesso la scena di questa cappella, pur raggiungendo un intenso senso
drammatico di sofferenza e di pietà che coinvolge il pellegrino, rivela però una
evidente mancanza di unità compositiva, un dualismo tra parte pittorica e parte
scultorea.
Ne risulta un effetto carico di agitazione, di tumultuante chiassosità nell’accostarsi dei gruppi, ma un po’ slegato, privo di una vera coordinazione, di un alto
valore corale ed unitario.
Per di più purtroppo, come abbiamo ripetutamente accennato e come avevano già notato tanto il Bordiga quanto il Cusa, gli affreschi si presentavano
già allora (1830 e 1857) in cattive condizioni: “quasi smarriti” quelli di fondo;
“molto deperiti” quelli di destra.
361