con l’approvazione del disegno che gli era stato sottoposto dall’“artefice’’, cioè
da Giovanni D’Enrico, dopo aver approvato di “cavar quella strada nel sasso”,
cioè l’androne del Palazzo di Pilato nella roccia dell’antico Monte degli ulivi,
il Vescovo commenta: «Così anche havremo la cappella della coronazione più
spaziosa, nella quale vanno molte figure».
È chiaro che si tratta solo dell’approvazione del disegno, che la strada o
androne è ancora tutta da cavare “nel sasso”, e che quindi, contrariamente a
quanto scritto nella recentissima guida a cura dell’Assessorato ai Parchi Naturali del Piemonte, la cappella era ancora al di là da venire. Lo conferma esplicitamente anche il Vescovo usando il verbo al futuro ‘havremo”; quindi non
c’era ancora.
Che poi essa venisse ad inglobare i resti di un antico portico o atrio, come
scritto nella stessa guida, risulta del tutto insostenibile, basandosi solo su di
un’affermazione gratuita del Galloni a proposito della confinante Salita al
Pretorio. Nessun documento ha mai fatto cenno ad un tale atrio, nessuna planimetria antica del Sacro Monte lo raffigura, nessun disegno cinquecentesco
lo ritrae.
Quale funzione poi avrebbe potuto avere quel portico?
Se si osserva invece attentamente la muratura del Palazzo di Pilato, si vede
con estrema chiarezza che la struttura muraria della cappella non è costituita da
un corpo di fabbrica preesistente ed inglobato nel nuovo, ma fa tutt’uno con il
resto ed è in perfetta rispondenza e di perfetto supporto alla sovrastante parte
della loggia che immette nella galleria di collegamento con la casa Valgrana al
fondo della Piazza Maggiore.
Verso la metà del 1608 la cappella, che come penso deve aver sfruttato in
parte lo spazio già occupato fin dall’epoca del Caimi della Grotta dell’agonia
e non un fantomatico preesistente portico, è ormai terminata dal punto di
vista murario. Lo dimostra un documento. Nel minutario del notaio Bartolomeo Peterro alla data 6 luglio 1608 si trova una convenzione tra i fabbriceri ed Anselmo del fu Francesco de Otina di Rassa (o Alesina secondo una
successiva correzione) per affrescare entro un anno la “fazzata al rimpetto
dei visitatori”, cioè la parete di fondo della Incoronazione di spine, «che sarà
al piede della scala», cioè della Scala Santa. L’atto assume dunque un particolare rilievo perché afferma senza ombra di dubbio che in quel momento
esisteva solo il vano destinato all’Incoronazione di spine, in muratura grezza,
ma che le raffigurazioni tanto scultoree quanto pittoriche erano ancora totalmente da realizzare. Il vano risultava per altro di dimensioni assai mo
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