Per giustificare il ritardo nell’eseguire i dipinti rispetto alla collocazione delle
statue, il Galloni ricorda che “nel formare il vano della cappella erasi asportata
la roccia limitatamente alla misura indispensabile, senza allontanarla abbastanza dal muro di fondo, al che non si provvide in modo radicale se non nell’anno
precedente la suddetta visita (allude alla visita del cardinal Taverna del 1617,
quindi si riferisce al 1616). Per cui il muro stesso fu inquinato dall’umidità; ed a
rompere l’indugio si ricorse al rimedio (pur troppo verificatosi insufficiente) di
rizzare a ridosso della facciata interna, con breve intercapedine, una mattonata
per stendervi la dipintura”.
Così il Rocca potè sviluppare il suo ciclo d’affreschi conchiuso nel 1620, che
firmò sul pilastro a lato del cancello verso la riva con la scritta “Cristoforus Rocha e loco Roche Vallis Siccide pinxit”.
Il complesso pittorico per dar maggior respiro al piccolo ambiente raffiguravano un atrio d’ordine tuscanico che s’affaccia su di un ampio cortile in cui si
svolgevano in parte le varie fasi che precedettero la flagellazione.
In fondo, a piccole figure, il Rocca raffigurò Gesù che scende le scale del Pretorio per essere condotto alla flagellazione, mentre Pilato, seduto sotto una loggia architravata, assiste alla scena. A destra dipinse a grandezza naturale Gesù in
mezzo ai manigoldi mentre viene spogliato delle vesti, ed a sinistra un gruppo di
soldati e spettatori.
Molte antiche guide, ad iniziare da quella del 1819, seguita poi da quelle del
1826, 29, 43, quindi dal Cusa, dal Tonetti e dai Ravelli, riferiscono che la prima
figura a sinistra di chi guarda, in abito di un povero sarebbe l’autoritratto del
pittore.
Sulla volta infine il Rocca, sempre per infondere maggior respiro spaziale
all’ambiente ed ispirandosi a quanto avevano già fatto il Morazzone ed il Tanzio
in varie cappelle, spalanca verso il cielo un’ampia apertura ottagonale, circondata da una balaustra a colonnine vista di scorcio, mentre scendono volando due
angeli e due angioletti con volto mesto, che reggono, secondo una consuetudine
ormai collaudata sul Sacro Monte, alcuni testi scritturali riguardanti la passione.
L’opera dovette incontrare l’approvazione dei fabbriceri se subito dopo al pittore veniva dato l’incarico di affrescare la ben più impegnativa cappella del Paralitico, e più tardi, quelli prestigiosissimi di Gesù al tribunale di Caifa e subito
dopo quelli di S. Pietro penitente.
Ed in realtà quel poco che si può ancora scorgere ci rivela lo stile tipico del
Rocca dall’atmosfera cristallina, dai colori limpidi e vividi, dai bianchi abbaglianti, dai contorni decisi e taglienti.
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