Si vedano in particolare il giovane inginocchiato in primo piano (in modo da
occupare lo spazio più vicino ai riguardanti senza disturbare la vista della figura
di Gesù) colto nell’atto di annodare un mazzo di flagelli, e soprattutto quella
sempre molto ammirata dell’uomo che lega Gesù alla colonna, fissato con icasticità eccezionale nel gesto di una spettacolare, indimenticabile efficacia, nello
sforzo violento che coinvolge tutta la persona e si condensa nella grinta aggressiva e spietata.
Figure che accentuano l’impeto vitale e la forza drammatica del sacro mistero, destando curiosità, interesse, impressione profonda e compartecipazione
dolente nel visitatore devoto.
I dipinti del Rocca
Compiuta la parte figurativa in scultura, restava da iniziare quella pittorica
con funzione di coro, di completamento e dilatazione della scena sacra, perché
la cappella raggiungesse il suo compimento.
Nel 1617 al momento della visita del cardinale Taverna ne era ancora priva.
Il Morazzone da alcuni anni ormai si era allontanato dal Sacro Monte; il Tanzio era impegnato negli affreschi di Gesù condotto per la prima volta da Pilato
(1615-16) e poco dopo da quelli per la cappella di Pilato si lava le mani; né
un ambiente modesto, spazialmente limitato ed in penombra come quello della
Flagellazione, esigeva l’opera di pittori così validi.
Melchiorre d’Enrico a sua volta nel (618-19 stava dipingendo la Cattura. Gli
occhi dei fabbriceri dovettero allora volgersi verso un ancora giovane e promettente allievo valsesiano del Morazzone, Cristoforo Martinolio di Roccapietra,
detto poi appunto “il Rocca” dalla sua patria presso Varallo, che certo doveva
esser stato di casa sul Sacro Monte per essersi senza dubbio proprio li formato al
seguito del maestro, imparando ed aiutandolo nei tre grandiosi cicli da lui af