guida del 1843.
Solo il Cusa nel 1857 constaterà finalmente che ben cinque sono le statue
spettanti al d’Enrico e solo due sono quelle antiche di legno. In seguito lo ripeterà il Butler (salvo l’attribuzione, come si e visto, di una al Tabacchetti), ripreso
a sua volta dal Tonetti e dal Ravelli. Tutte al d’Enrico le assegna la guida del
1891. Esatto sarà invece l’Apostolo nel 1911, ma ripetizioni di errori ed imprecisioni si constateranno ancora in varie guide del nostro secolo.
La netta preponderanza spetta dunque alle statue del d’Enrico, ben cinque
su sette. Ma l’impostazione della scena non appare come una delle più geniali e
sorprendenti del Sacro Monte.
È evidente che il maestro non ha voluto creare qualcosa di nuovo e di sensazionale come in altri misteri, né si è ispirato, come avrebbe potuto, alla suggestiva inquadratura del Gesù flagellato alla colonna, affrescato da Gaudenzio nel
1513 sulla parete divisoria di S. Maria delle Grazie ai piedi della santa montagna
varallese, che poteva essere un validissimo modello.
L’incalzare di tanti lavori probabilmente non gliene dava il tempo e la possibilità.
Ma soprattutto egli dovette sottostare alle precise disposizioni dettate dal vescovo Bascapè e fatte proprie dai fabbriceri.
Cosi la scena si svolge secondo l’impianto più ovvio e consueto col Cristo
flagellato nel mezzo e la soldataglia in cerchio tutt’attorno.
Ma è proprio qui, nell’attuare un progetto precostituito ed imposto che lo
scultore rivela la sua forte personalità e la sua genialità creativa.
Ciò che non può fare nell’orchestrazione generale se non in misura molto
limitata con l’accerchiamento di una sarabanda di forsennati attorno alla loro
vittima, lo attua nelle pose originali, nelle espressioni sempre variate, nuove,
spontanee dei singoli personaggi.
In contrapposizione al Cristo, umile, modesto, raccolto, remissivo e quasi
passivo, si scatenano i manigoldi nei loro gesti clamorosi, nello sfogo della loro
violenza bestiale, nell’instantaneità quasi imprevedibile dei loro movimenti.
E mentre le due statue lignee più antiche, dalle pose un po’ enfatiche e bloccate a mezz’aria, vengono collocate nelle retrovie, in secondo piano, per renderle
un po’ meno visibili, il peso dell’azione drammatica viene riversato sugli altri
quattro scherani, colti con la consueta immediatezza in atteggiamenti molto
vari, a sottolineare il tumultuante svolgersi del fatto, segno di non comune spirito di osservazione e di profonda, acuta sensibilità psicologica da parte dell’autore.
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