il senso corale, l’orchestrazione unitaria, il dominio assoluto della regiascenica, qui sembra affievolirsi in un contesto meno rigoroso e più dispersivo.
Si ha il preannunzio di quelle che saranno le più tarde composizioni dell’Affissione alla croce (1635-37 circa) e della Deposizione (1637-38), in cui l’azione si
disperde e si stempera articolandosi in un brulichio di gruppi e di figure. Incominciano a farsi sentire più evidente la presenza di Giacomo Ferro, non più solo
garzone ed aiuto, ma ormai collaboratore del maestro. L’ampio vuoto in primo
piano allontana dal riguardante la scena e non lo coinvolge più direttamente; si
evidenzia invece un elemento profano del tutto marginale, cioè l’elaborata pavimentazione dell’aula, che si interpone tra lo spettatore ed il dramma figurato,
che appare ancor più lontano. C’è meno aggressività e meno impeto travolgente. La raffigurazione per acquistare più tensione dinamica si svolge all’apparenza
in diagonale, dall’angolo di destra in primo piano con i due alabardieri, a Pilato
sul lato opposto, incorniciato quasi ed esaltato dal solenne portale. Ma il Cristo
ancora una volta è posto al centro dell’aula, nel mezzo della folla gesticolante,
e la sua figura patetica, carica di sentimento, avvolta dal bianco mantello, con
lo sguardo chinato di fianco verso il basso, appare quasi a fatica tra la quinta di
guardie, di sgherri, di mazzieri e di giudei.
La maggior parte delle figure, modellate con la consueta scioltezza e forza
espressiva, i gesti spesso clamorosi, la varietà fantasiosa dei costumi, rivela come
di consueto l’eloquenza e la tensione interiore che Giovanni sempre ha saputo
imprimere nei suoi personaggi, scrutandone impietosamente tutti i più riposti
sentimenti.
Già il Fassola aveva notato, ed era cosa richiesta dai Fabbriceri: «che questo Cristo, Pilato e tutti quanti li Giudei portano la somiglianza da Capella in
Capella, accompagnando le statue tutti li gesti bisognosi per rappresentare le
particolarità di ciascun Mistero...». E veramente il modo di gestire, gli abiti, le
uniformi dei soldati e soprattutto le espressioni caratteristiche degli astanti e
particolarmente dei protagonisti, segnano una continuità quasi incalzante e di
intensa efficacia psicologica nella successione dei singoli episodi.
Ma purtroppo le ridipinture spesso arbitrarie degli abiti, avvenute lungo il
corso dei secoli, hanno in parte attenuato la forza rappresentativa che ne scaturiva con così serrata continuità di mistero in mistero. Basti osservare il personaggio di Pilato, sempre rivestito dello stesso abito, ma qui e nella Prima presentazione di colore verde pallido con sopraveste bruna, mentre nelle successive
cappelle del primo piano del Palazzo la veste talare, quasi un turco cafetano,
sarà invece ridipinta in azzurro. Manca soprattutto in questa cappella la perfetta
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Cappella - 29