La guida del 1908 risale a venticinque, quella del 1909 scende a ventidue; l’Apostolo torna a ventitre. Nella guida del 1919 sono nuovamente ventidue; per
la guida di Varallo del 1929 sono nuovamente ventidue; per la guida di Varallo
del 1929 sono ventitre; per il Manni nel 1978 ventidue, ecc..
È una quasi ridicola altalena che ci dice con quanta leggerezza si sia troppo
spesso scritto riguardo al Sacro Monte, copiando qua e là senza rigore e ripetendo errori senza nessun controllo. In realtà il numero delle statuette non è mai
mutato rispetto a quello originario di venti, dichiarato dal d’Enrico nel 1640.
Forse una certa differenza di calcolo, passando da venti a ventidue, può esser
stata determinata dall’aggiunta nel totale delle due statuette di putti poste a
coronamento del portale che inquadra la figura di Pilato. Nell’impostazione generale della scena il d’Enrico, a distanza di anni, circa una quindicina, ritorna
a quella della cappella che sta accanto, della Prima presentazione a Pilato, che
ritengo essere stata ideata, o almeno suggerita a Giovanni dall’estro innovatore
del suo fratello Tanzio.
Un simile impianto assai raro in tutto il Sacro Monte per l’inquadratura in
profondità e non frontale della scena, oltre a sot tolineare volutamente la somiglianza con l’aula della Prima presentazione, quasi a voler ricreare lo stesso
ambiente, o almeno rievocarlo (si noti la vistosa presenza del portale a colonne),
trattandosi anche qui del Pretorio di Pilato, era anche l’impostazione più adatta
per un vano rettangolare, assai più lungo che largo. Le figure tuttavia non hanno
più l’irruenza clamorosa e travolgente della Prima presentazione, non urgono
più contro la balaustra divisoria. Lo spazio è tutto accessibile, non c’è più sbarramento, non c’è più lo scalino a creare due diversi livelli. La grande sala, che funge
da atrio del Pretorio, acquista un respiro spaziale molto accentuato, in cui quasi
si perde il monumentale portale in marmo verde di Cilimo o in pietra oliare di
Alagna, materiali ambedue familiari ai d’Enrico (Enrico d’Enrico, fratello maggiore di Giovanni, aveva usato il marmo verde di Cilimo o di Varallo, molti anni
prima per la Porta di Strada a Vercelli). Il portale, che è contemporaneamente
opera plastica ed opera architettonica, testimonianza eloquente della duplice
attività di Giovanni d’Enrico, si presenta con due massicce colonne sorreggenti
le trabeazioni a loro volta sormontate da due vivaci statuette di putti che fungono da acroteri e trattengono animali allusivi alla fedeltà ed alla vigilanza, come
scrisse il Cusa. Tra essi, al centro campeggia un fastoso scudo incorniciato da un
cartiglio barocco, analogo per secentesca opulenza al trono di Erode nella cappella precedente. Le figure si disseminano, si sparpagliano isolate nella vastità
dell’ambiente. Quello che in molti altri misteri di Giovanni d’Enrico era stato
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