che viene in luce questo libro, credo s’harrà occasione di vederla in opra...» (notiamo per inciso da quanto scrive il Fassola, che il suo libro venne compilato nel
1670 e venne poi stampato a Milano l’anno successivo, 1671).
Certo per i fabbricieri del Sacro Monte costituiva un problema non semplice,
come traspare dal Fassola, trovare un pittore all’altezza del compito. Il Morazzone era scomparso già nel 26, prima ancora che Giovanni d’Enrico iniziasse
la modellazione delle statue; il Tanzio, dopo l’impr esa di grande prestigio con
la decorazione della cappellla dell’Angelo Custode in S. Gaudenzio a Novara
(1627-29), era stato impegnato a Milano con le commissioni per gli affreschi
della cappella dell’Ascensione in S. Antonio dei Teatini e poi per quelli della
volta absidale di S. Maria della Pace. Tornato in valle aveva iniziato i dipinti con
scene della Vita di S. Francesco nella Collegiata di Borgosesia, interrotti dalla
morte sopraggiunta nella prima metà del 1633.
Insostenibile quindi quanto scrisse il Torrotti nel 1686, che gli affreschi
della Seconda presentazione a Pilato sarebbero stati iniziati dal Morazzone e
dal Tanzio.
Scomparse queste due figure di altissimo livello, a chi ci si poteva rivolgere?
Il Moncalvo, che un tempo era stato suggerito per affrescare la cappella di
Pilato si lava le mani dello stesso vescovo Bascapè, era morto ancor prima del
Morazzone nel 25; il Cerano era scomparso quasi contemporaneamente al Tanzio nel 32-33; Daniele Crespi era morto durante la peste del 30.
Le uniche figure in loco capaci di sostenere l’impresa in modo soddisfacente
potevano essere Melchiorre d’Enrico il Vecchio ed il Rocca. Ma Melchiorre in
quegli anni è impegnato al Sacro Monte di Arona, prima per ordine del cardinal
Federico Borromeo, e successivamente, nel 33, per incarico degli Oblati e del
conte Giulio Cesare Borromeo, poi nel 33-34 completa gli affreschi borgosesiani lasciati interrotti dal Tanzio. Il Rocca a sua volta, che ben due cappelle aveva
già dipinto sul Monte (Paralitico e Flagellazione) e dipingerà poi ancora quelle
di Caifa e di S. Pietro penitente, nel 32 è impegnato a Borgosesia ad affrescare il
vecchio coro della Collegiata, e forse era oberato da commissioni per il Cusio ed
il Biellese, zone in cui si trovano molti suoi dipinti.
Rimane il milanese Melchiorre Gilardini, che sarà chiamato al Sacro Monte
ad affrescare le due grandi cappelle dell’Inchiodazione alla croce e della Deposizione attorno agli anni Quaranta; stupisce che non sia stato richiesto anche di
dipingere la Seconda presentazione a Pilato.
Avevano tutti: Melchiorre, il Rocca, il Gilardini già assunto altri impegni? O
le loro opere non erano state di totale gradimento dei fabbriceri allora in carica?
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