È solo nella seconda metà del secolo scorso con la guida del Cusa (1857-1863)
che anche la raffigurazione di S. Pietro penitente viene considerato a pieno titolo
una cappella e pertanto assume nella sequenza generale il numero 26, per cui da
allora in poi tutti i misteri successivi automaticamente sono stati aumentati di
un’unità rispetto alla numerazione antica.
Il soggetto della piccola cappella può sembrare quasi secondario fra tanti ben
più noti ed importanti della passione di Gesù. Ma si tratta di un mistero che
deve risalire alle origini del Sacro Monte, cioè allo stesso Bernardino Caimi, perché già esisteva nel 1514 e perché si riferiva ad uno dei santuari di Gerusalemme
assai visitati dai pellegrini anche nel Medioevo.
Nel 1346-50 per esempio, Fra Nicolò da Poggibonsi nel suo “Libro d’oltremare”, che descrive il pellegrinaggio da lui compiuto in Terra Santa, ricorda la strada che dal Cenacolo, sul Monte Sion, porta alla parte opposta
della città, ossia alla Valle di Giosafat o del Cedron «dirimpetto alle case che
furono di Salomone... di sotto nel campo» una grotta detta galicantu, per il
canto del gallo, dove S. Pietro, dopo il rinnegamento, si ritirò a piangere il s uo
peccato.
Un secolo dopo, il nobile padovano Gabriele Capodilista nella sua relazione
del pellegrinaggio da lui effettuato nel 1458, cita la «chiesa chiamata el Gallicanto, in la qual è una cava profonda dove Sancto Petro pianse amaramente». E
proprio negli anni in cui il Caimi fu in Palestina, il milanese Santo Brasca, pellegrino nel 1480, ricorda «lo luocho ove San Pietro pianse amaramente li suoi
peccati, et li fece penitentia poi che lui hebbe negato Christo».
Anche oggi a Gerusalemme la venerazione per questo mistero non si è spenta
perché vi sorge la chiesa detta appunto di S. Pietro in galli cantu.
È evidente che il Caimi nella Nuova Gerusalemme varallese volle che vi fosse
presente, nel suo intento di rigorosa e fedele ricostruzione dei Luoghi Santi,
anche il ricordo del Pianto di Pietro.
Come si è accennato, già la prima guida del Sacro Monte, edita nel marzo
del 1514, e che quindi rispecchia la situazione della seconda metà del 1513, ci
fa sapere che l’episodio era ricordato, non da un’intera cappella, ma solo dalla
raffigurazione di S. Pietro che piange la sua colpa. La guida infatti, descrivendo
il tempietto del Viri Galilei, o di Gesù che apparve ai suoi discepoli in Galilea
(che si doveva trovare, come ho dimostrato in un mio studio del 1978, sul
Monte degli Ulivi, in gran parte sbancato in seguito per erigervi il Palazzo di
Pilato, e più precisamente nella zona dell’attuale cappella della Condanna)
cosi si esprime:
293