preferire un artista più noto, che godesse di buona fama nella capitale e non di
un pur valente convalligiano, conosciuto però quasi esclusivamente nell’ambito
della diocesi di Novara.
Molti, se non addirittura la maggior parte dei Valsesiani abitanti in Torino
erano artigiani di altissimo livello, soprattutto minusieri ricercatissimi, attivi
per il Palazzo Reale, per le varie altre residenze sabaude, per il palazzi della nobiltà subalpina, oltre che per le chiese, in costante contatto quindi con gli artisti
più in auge nella capitale. E proprio attorno al 1760 opera a Torino il pittore
Sigismondo Betti, maestro dell’Accademia Imperiale di Firenze sua patria. Egli,
nato nel 1699, allievo del Puglieschi e del Bonechi, inizia attorno al 1720 la sua
attività. Del 1726 è la tela di un Miracolo di S. Nicola da Tolentino nella Galleria
di Prato. Gli si attribuiscono poi a Firenze gli affreschi della galleria di Palazzo
Mancini (1755). A Genova nel 1739 nella chiesa di S. Maria Maddalena dei
Padri Somaschi esegue due affreschi sulle pareti del transetto, raffiguranti scene
della vita di S. Gerolamo Emiliani. Viene poi chiamato a Savoia dai gesuiti a
decorare nel 1741 la navata della nuova chiesa di S. Ignazio (ora S. Andrea) con
scene della vita e della glorificazione del Santo. Tornato a Firenze dipinge la
Gloria di Maria con i Santi Paolo e Carlo Borromeo sul soffitto della chiesa, oggi
sconsacrata, di S. Carlo; nel 1752 affresca tutto il coro e la volta della navata di
S. Giuseppe dei Minimi; nello stesso periodo esegue affreschi, ora perduti, nella
chiesa di S. Pancrazio. Lo troviamo poi a Torino ove pare abbia lavorato in Palazzo Morozzo della Rocca (distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra),
in cui probabilmente erano opera sua gli affreschi con scene mitologiche sulla
volta di alcune sale al primo piano, ma attribuiti al Leverà.
A Torino dunque potè esser conosciuto ed ammirato da qualche Valsesiano
abitante nella capitale subalpina e proposto per i lavori del Sacro Monte, grazie
anche al prestigioso titolo di maestro dell’Accademia fiorentina.
Non escluderei che il Betti abbia avuto anche degli incarichi da parte della
corte, perché l’accordo per l’esecuzione degli affreschi varallesi della cappella di
Anna, venne sottoscritto proprio nel Palazzo reale di Torino il 24 marzo 1763.
Così il Betti si recherà al Sacro Monte ed è molto probabile che abbia diretto
personalmente il milanese Elia Bussi nel disporre secondo il proprio intendimento scenico le statue del Tantardini prima di colorirle e di iniziare gli affreschi, compiuti nel 1765, come concordemente dicono tutte le guide del Sacro
Monte del tardo Settecento e dell’Ottocento.
L’anno successivo, sempre per il Sacro Monte dipingerà la grande pala per
l’altare di S. Carlo, finora considerata la sua ultima opera conosciuta. Ma, rien277