Anna, sarebbe stato naturale farla subito rifare dall’artista, e nel secondo caso
non si capirebbe perché lo scultore avrebbe dovuto eseguire proprio per ultima
l’immagine del personaggio di cui porta il nome la cappella, cioè di uno dei due
più importanti, anzi stando alla logica lo avrebbe dovuta modellare proprio tra
le prime. Molto più probabile appare l’ipotesi che la statua possa essere andata
rovinata nei venticinque anni in cui tutte le sculture attesero di venir sistemate.
La mancanza di notizie ci impedisce di saperne di più.
L’unica cosa certa è che, terminato l’edificio ed eseguite le statue in terracotta, quindi attorno al 1740, l’opera rimare sospesa per più di un ventennio. Solo
nel 1763 le statue furono disposte da Elia Bussi, venuto apposta da Milano.
Permane l’enigma se le statue fossero allora diciotto o diciannove. Se il Tantardini aveva eseguito anche quella di Anna e non era andata distrutta prima,
venne rovinata forse proprio nei lavori di collocazione? Oppure, come era già
avvenuto altre volte in passato, non piacque e non la si volle porre in loco? Tutti
interrogativi che per ora non possono trovar risposta.
Mancava a questo punto ancora tutta la parte pittorica.
Si erano forse esaurite momentaneamente le offerte della comunità dei Valsesiani abitanti a Torino? Probabilmente si.
Tentativi di completare la cappella dovettero tuttavia esservene. Infatti veniamo a sapere, dalle notizie che il Lana nel 1840 ci dà sui pittori Peracino di
Cellio, che Lorenzo e suo figlio Giovanni Battista «dovevano pur anche istoriare le pareti, e formar le statue della cappella d’Anna, sul S. Monte di Varallo; che
poi per rigiri fu data a dipingere a Sigismondo Betti fiorentino. Però il Santuario
dovette pagarne il disegno, che ancora è conservato nello studio di famiglia».
È dunque chiaro che, sospese le offerte dei Valsesiani di Torino, il Santuario
dovette prendere ad un certo punto, probabilmente verso il 60, l’iniziativa di
completare il mistero, affidando l’incarico di eseguire gli affreschi e di dipingere
le statue (ovviamente non di modellarle come dice il Lana, dato che erano già
state eseguite dal Tantardini vari anni prima, salvo però quella di Anna) e si rivolse ad un artista valsesiano tra i più in vista in quel momento (con il Borsetti e
l’Orgiazzi), esperto anche in scultura oltre che nell’affresco e nella scenografia,
cioè al Peracino, coadiuvato dal figlio.
Egli infatti aveva già lavorato al Varallino presso Galliate, eseguendo vari
gruppi statuari in terracotta tra il 1748 ed il 52 (vi tornerà per gli affreschi verso
il 69 e poi ancora nell’80), e ciò evidentemente lo aveva messo in vista per affidargli un compito di cosi notevole importanza sul Sacro Monte.
Ma i Valsesiani residenti a Torino, come già per la parte scultorea, dovevano
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Cappella - 24