mentre quest’ultima era stata commissionata dai Valsesiani residenti in Torino,
quella di S. Carlo venne fatta gratuitamente dall’autore.
Risulta infatti dal “Libro dello speso” nel mese di aprile del 1776 la seguente
nota di pagamento: «per condotta da Valbusaiga alla Fangazza di salmate 11 di
creta per formare la statua d’Anna da colocarsi al suo Tribunale nella Capella
fatta dai signori Benefattori di Valsesia residenti in Torino (che) a loro spese
hanno mandato il Reg. statuario sig. Bernero da Torino et a gratis a formato
altra statua di S. Carlo da metersi vicino alla Capella nova di N. S. al Orto».
Da ciò risulta che l’immagine di S. Carlo era già terminata nell’aprile del 1776,
prima ancora che si ricostruisse la nuova cappella dell’Orazione nel Getzemani.
L’opera, che rappresenta il Borromeo genuflesso su di un piccolo sgabello,
raccolto in profonda preghiera, tutto proteso verso il Cristo agonizzante, sembra ricalcare con tono più patetico la posa stessa del Cristo. Un fremito pervade
tutta la figura increspando briosamente gli abiti, con una modellazione rapida,
vivace, immediata, e rivela un’espressività ed un calore umano lievemente enfatizzato, tipico di questo momento dell’attività artistica del Bernero.
Il piccolo vano, che la contiene venne poi decorato contemporaneamente alla
cappella dell’Orazione nell’orto, con cui comunica attraverso un arco ribassato,
da Antonio Orgiazzi il Vecchio nel 1779 col suo inconfondibile gusto di raffinato rococò valsesiano, creando sullo sfondo un efficacissimo effetto scenografico di trompe l’oeil, che dilata illusoriamente il minuscolo ambiente, quasi una
nicchia, fingendo una porta socchiusa attraverso alla quale si scorge un arioso
scorcio di paesaggio con alberi fronzuti.
Ma anche nel più vasto complesso della cappella confinante e comunicante,
l’Orgiazzi, che è senz’ombra di dubbio il più estroso decoratore valsesiano del
Settecento, ci dà un felicissimo saggio pittorico, uno degli ultimi, ma anche uno
dei più originali di tutta la sua attivissima carriera. Egli crea un unico, ampio,
verdeggiante paesaggio, esuberante di vegetazione, di soffici alberi frondosi, di
sfondi romanticheggiami ante litteram , di rustici steccati lignei, quasi a creare
in chiave aulica e raffinata una trasfigurazione del mondo agreste, della natura
umile della campagna valsesiana, secondo un gusto per il rustico ed il bucolico
tipico del tardo rococò francese.
L’unitaria scena che riveste ininterrottamente le pareti e la volta, certo doveva trovare sul Sacro Monte una qualche anticipazione, per quanto in chiave tardo manieristica o già forse barocco, negli affreschi ora perduti della Fuga
in Egitto, dipinti molto probabilmente attorno al 1640 dal milanese Girolamo
Chignoli.
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