ve mantello rosso, quasi una vampata di fuoco investita dal vento. Tipico poi del
D’Enrico il movimentato, improvviso arrovesciarsi del lembo inferiore della veste che si arricciola in un’ardita voluta scoprendo il piede sinistro, motivo altre
volte poi felicemente ripreso, come nella figura centrale, colta di schiena, nella
cappella di Gesù condannato a morte.
E la parte pittorica? Dagli ordini impartiti dal cardinal Taverna nel 1617 si
ha l’impressione che gli affreschi non fossero ancora stati eseguiti e che forse rimanessero ancora alcuni malandati frammenti del precedente ciclo riguardante
il mistero del Pater, che davano all’ambiente «più similitudine di spelonca che
di horto». È quindi pensabile che si sia provveduto con una certa sollecitudine ad eseguire i dipinti, compresa la volta «fatta a modo di aria, fingendo una
notte» e con le pareti raffiguranti un orto, così come voleva il cardinale. Tutto
ciò non richiedeva un grande impegno. Allora venne anche dipinta sulla parete
sinistra l’immagine di S. Carlo genuflesso in preghiera, a ricordo della sua devozione per il mistero di Cristo orante nell’orto. Infatti dalle parole del cardinal
Taverna non pare proprio che essa già vi si trovasse affrescata. Né è pensabile che
in soli dieci o undici anni di vita della nuova cappella vi fosse stato raffigurato
solo S. Carlo, lasciando in abbandono tutte le altre superfici parietali.
Non si pensò invece a rifare più grande la cappella, come il cardinale aveva
pure richiesto. Infatti molti decenni dopo il Fassola definirà ancora questo tempietto come “un picciolo tugurio”. Egli però non ci ha tramandato il nome del
pittore. Sarà solo il Bartoli nel 1777 a parlare di Melchiorre D’Enrico, seguito
poi da vari altri c ompilatori di guide dell’ottocento e del primo Novecento. Ma
tale affermazione non convincerà il Galloni, che partendo dall’errato presupposto che la figura di S. Carlo doveva esser stata dipinta poco dopo la morte
del Santo (ma allora la cappella non rappresentava ancora l’Agonia nell’orto e
quindi l’immagine di S. Carlo vi sarebbe stata del tutto fuori luogo), ossia in
un’epoca in cui Melchiorre non era ancora attivo sul monte, tende ad escludere
la sua paternità per questi affreschi.
Esistono invece varie altre ragioni in favore di Melchiorre. Già fin dal 1608
aveva dipinto la cappella dei Tre discepoli dormienti, proprio contigua a quella
dell’Agonia nell’orto, per cui pare quanto mai logico che sempre a lui fosse assegnata l’esecuzione degli affreschi di quest’ultima, quasi a creare una continuità
stilistica. Trattandosi poi di un ciclo non certo dei più grandiosi, che non richiedeva neppure la presenza di figure, salvo quella di S. Carlo, non era certo il caso
di impegnare artisti di più grande fama, come il Morazzone o lo stesso Tanzio.
Nel 1619 poi, cioè immediatamente prima, o subito dopo agli affreschi dell’A229