pressione di riprodurre con particolare fedeltà, non solo negli atteggiamenti, ma
anche nei panneggi (in particolare quella di Gesù) le due nuove statue in terracotta. Mi pare quindi se ne debba dedurre che la loro modellazione si debba
collocare attorno al 1607. Il Galloni aveva anzi parlato dello stesso 1606.
Una conferma riguardo alla loro esecuzione nei primi lustri del secolo ci viene poi anche dalla visita pastorale del cardinal Taverna, successore del Bascapè,
effettuata nel 1617. Egli lamenta infatti che «la cappella nella quale si rappresenta l’Orazione nell’Orto, havendo più similitudine di spelonca che di horto,
perciò si rifaccia più grande o sia volta di detta cappella fatta a modo d’aria,
fingendo una notte e la cappella rappresenti un horto».
Si conferma dunque che la scena vi è già raffigurata; del resto, se così non fosse stato, il cardinale si sarebbe raccomandato di dare sollecitamente inizio all’esecuzione delle statue; cosa che invece non viene detta. Dunque le due figure già
esistevano, e, come dirà per primo il Fassola poco più di un cinquantennio dopo,
e ripeteranno poi tutti i compilatori delle guide successive, erano state plasmate
da Giovanni D’Enrico, il grande regista del sacro Monte nei primi quarant’anni
del Seicento, lo scultore per eccellenza della Nuova Gerusalemme.
La sua attività come statuario era iniziata ufficialmente solo poco prima: nel
1605, e nel 1608 erano già compiute, oltre alle sculture dell’Orazione nell’orto,
anche quelle dei Discepoli dormienti e della Coronazione di spine, mentre erano
in esecuzione le quaranta statue dell’Ecce homo.
Secondo il Galloni nel Cristo orante il voto non sarebbe fatto «di conserto
con la testa, sibbene applicato» come fosse una maschera levata da altra scultura precedente, per cui avanza l’ipotesi che possa esser stato tratto dal primitivo
Gesù nell’orto.
Ma come si è visto la supposizione risulta insostenibile perché l’originaria figura del Cristo doveva essere di legno. Per di più ad un attento esame non risulta
che il volto sia stato applicato, ma tutta la testa appare modellata unitariamente.
Lo sguardo intenso e la tensione profonda rivelano la sensibilità inconfondibile
di Giovanni D’Enrico, la sua eccezionale forza di interiorizzazione, di penetrare
nell’intimo dell’animo umano. Né meno significativo sono l’immediatezza di
tutta la figura protesa innanzi in un’unitaria partecipazione dolorosa, la posa
così viva e sentita delle mani giunte, il drappeggio sciolto e spontaneo del mantello, trattenuto con rara naturalezza sul petto, pur richiamandosi all’identico
gesto del gaudenziano S. Giuseppe della grotta di Betlemme.
Così pure carico di slancio e di energia è l’apparire impetuoso e fremente
dell’angelo dai ricchi panneggi, dallo svolazzare increspato e briosissimo del bre228
Cappella - 21