metria della Raccolta Ferrari, che si riferisce solo alla pianificazione della parte
centrale del Monte.
L’Agonia nell’orto si trovava dunque nella zona dove ora si apre il grande arco
di collegamento tra la Piazza Maggiore ed il sottostante Piazzale della ex Stazione della Teleferica, e quindi anche assai vicino al vano oggi occupato dall’Incoronazione di spine entro il Palazzo di Pilato.
Le statue di questo mistero erano due come oggi e come in tutta la tradizionale iconografia di tale soggetto: quella di Cristo inginocchiato e quella dell’Angelo
reggente il calice. E dalle premesse alle guide del 1566 e 1570 veniamo a sapere
che «Christo in oratione in una grotta» era opera di Gaudenzio; per cui di
Gaudenzio, o almeno della sua bottega, doveva ovviamente essere anche l’Angelo. Ma il Fassola, ricordando che S. Carlo soleva devotamente pregare presso
l’Agonia nell’orto, afferma che «L’angiolo d’ali’hora» era di legno. Pare dunque logico dedurre che doveva essere di legno anche la statua del Cristo, e che
le due figure gaudenziane di conseguenza, essendo di legno, dovevano risalire
alla seconda fase di attività del Maestro sul Monte, immediatamente successiva
a quella dei manichini rivestiti di stoffa, ossia alla fine del primo decennio del
Cinquecento, attorno al 1510-14, quando venne scolpito l’asino del Presepe,
prima cioè che con le altre statue dell’Adorazione dei pastori e gli stucchi della
gran parete affrescata alla Madonna delle Grazie (1512-13) Gaudenzio abbandonasse, salvo rari casi, l’uso del legno per passare a qu ello della terracotta.
Se ne deve dunque dedurre che la grotta, risalente al Caimi, rimase vuota in
un primo periodo, rievocando solo il luogo dell’Orazione nell’orto, come penso
fosse l’originaria intenzione del fondatore (come del resto dovette avvenire per
la Grotta di Nazaret o dell’Annunciazione e per quella di Betlemme o della Natività), e solo in un secondo tempo, morto ormai da alcuni anni il Caimi, venne
occupata dalle due statue.
Nessun sostanziale mutamento dovette subire il mistero lungo il secolo XVI,
ma nella guida del 1566 già ci si lamenta della sua ubicazione divenuta ormai
incongrua nel contesto di un percorso organizzato non più secondo un criterio
topografico, ma cronologico. E l’«ottava» che precede quella che illustra il fatto evangelico ne sottolinea, anche se la giustifica, la collocazione ritenuta illogica. Doveva però trattarsi di una raffigurazione di forte effetto, infatti, sempre la
guida del 66 commenta:
«E un loco tal che ben fia maraviglia
Se di pianto non bagni ambe le ciglia».
Appare chiaro che l’atmosfera della grotta doveva risultare quanto mai sug223