agitati dei panneggi. Ne emerge una personalità singolare, non priva di interesse, finora mai presa in considerazione, di astrazione certo popolaresca, vivace
e chiassosa nel modellare le figure barocche, smagrite, contorte. Le mani si allungano affusolate in modo allucinante e piene di nervosa tensione; le stoffe si
accartocciano come stropicciate, agitate, svolazzanti. L’esito tuttavia rimane ad
un livello modesto, alquanto artigianale e a rusticana enfasi e le tre statue non
riescono a emergere, ad imporsi come dovrebbero, ed a trionfare sul coro grandioso degli affreschi di sfondo.
Migliore appare il gruppo sottostante di Pietro, Giacomo e Giovanni a mezza
costa del monte, di più felice effetto, più efficacemente distribuito nello spazio a
naturale collegamento con la folla in primo piano ai piedi del colle, raffigurante
la scena del giovane indemoniato. Quest’ultimo gruppo, composto da quattordici statue, è di qualche tempo più tardo rispetto agli altri non essendo ancora citato dal Fassola. La letteratura ottocentesca, rifacendosi a quanto scrisse il
Colla nel 1701, l’ha sempre assegnato a Gaudenzio Soldo da Camasco, allievo di
Dionigi Bussola, col quale pare abbia collaborato nell’esecuzione delle sculture
del Sacro Monte d’Orta. Le statue rivelano per altro un fare piuttosto slegato e
discontinuo con un’orchestrazione non pienamente riuscita, con figure ora dai
gesti attoniti ed impacciati, ora più valide per maggiore forza espressiva, come
nel gruppo del cieco accompagnato da un giovinetto sul lato sinistro.
Nel giro degli stessi anni si colloca l’intervento finale dei pittori per completare
l’opera con un grandioso, corale vastissimo ciclo di affreschi, che viene a salvare
e sollevare il risultato complessivo della scena sacra.
Ne sono stati autori i due fratelli Giuseppe e Stefano Danedi da Treviglio,
detti i Montalti. Decoratori felici, di vena facile e scorrevole, attivissimi in varie
zone della Lombardia, hanno pure operato notevolmente nella diocesi novarese.
A Novara eseguirono affreschi in S. Pietro al Rosario e nella cupola dell’antico
Duomo; in Valsesia hanno lasciato opere a Castagnola di Valduggia, alla Cappelletta di Varallo, alla Madonna delle Grazie (affreschi ora conservati in Pinacoteca) ed al Sacro Monte, dove si devono a loro anche i dipinti della cupola della
Basilica, eseguiti a completamento dei gruppi statuari del Bussola e del Volpini e,
stando al Fassola, il quadro dell’Assunta che si trovava in coro prima che il Cucchi vi eseguisse l’affresco. Sempre secondo il Fassola, già fin dal 1657 il principe
Trivulzio di Milano aveva raccomandato con una sua lettera i fratelli Montalti
ai Fabbriceri del Sacro Monte, i quali «risposero e per li desideri dell’Eccellenza
sua e per li meriti de Pittori, che nella prima occasione havrebbero mostrato il
preggio che facevano de suoi cenni e delle virtù del li raccomandati».
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