Giovanni: «Veggonsi sollevate in aria le statue di Gesù trasfigurato, di Mosè ed
Elia, lavorate da Pietro Francesco Petera di Varallo; e sul monte quelle de’ tre
discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, opera di Giovanni D’Enrico, Appio del
monte vi sono altre statue in numero di quattordici fabbricate da Gaudenzio
Soldo Valsesiano, nativo di Camasco, terra vicino a Varallo, allievo di Dionigi
Bussola Milanese. Ho detto che le statue de’ tre discepoli situati sul monte sono
di Giovanni D’Enrico sull’asserzione del Torrotti nella sua Nuova Gerusalemme pag. 74, ed anche perché il Museo Novarese di Lazzaro Agostino Gotta parlando del Soldo pag. 291, num. 696, dice essere stato questi autore soltanto di
alcune statue poste nella Cappella del Taborre, e finalmente perché la bellezza
di queste tre statue sembra superiore alle altre situate appiè del monte, e parmi
di leggere in fronte ad esse la perita mano di Giovanni D’Enrico. Quale però sia
la verità, poco conta».
Tali attribuzioni sono state spesso ripetute sino ad oggi nonostante che col
Bordiga (1830) scompaia il nome del D’Enrico, riducendosi la paternità delle
statue al Petera ed al Soldo al quale già venivano in parte assegnate nel 1701
dai Cotta. Ciò verrà ribadito dal Butler, che riconoscerà impossibile per ragioni
cronologiche sostenere la presenza di opere di Giovanni D’Enrico nella cappella. Ciò nonostante il Galloni (1914) credette di poter assegnare a Giacomo
Ferro, l’allievo del D’Enrico, tanto le tre statue di Gesù, Mosè ed Elia, quanto
quelle dei tre Apostoli. Ma ciò, come già si è detto, è insostenibile, per ragioni
cronologiche, ma anche per lo stile profondamente diverso.
Bisogna quindi concludere che alla bottega ormai estinta del D’Enrico e del
Ferro sono subentrati dei nuovi maestri, sempre valsesiani, ma certo di rango
assai inferiore: il Petera ed il Soldo.
Verosimilmente lavorò per primo il varallese Pietro Francesco Petera, forse
formatosi più che alla scuola del Ferro, presso l’estroso e teatrale Dionigi Bussola che con i suoi fratelli Cesare ed Ottavio ed il collega Giovanni Battista Volpini imperversò nella seconda metà del Seicento un po’ in tutti i Sacri Monti.
Il nome del Petera è finora unicamente legato proprio alle tre statue dei protagonisti della cappella: Gesù, Mosè od Elia, sospese a mezz’aria sulla vetta del
monte. Ma poiché nel 1671, quando scriveva il Fassola, già esistevano anche
le altre di Pietro, Giacomo e Giovanni, c’è da pensare che siano anch’esse dello
stesso autore.
Nelle tre prime, pur nel melodrammatico effetto, compare una vivace, rustica e quasi esasperata, forza espressiva nell’allungamento accentuatissimo delle
membra, nei gesti clamorosi e quasi scomposti, nei tagli disinvolti, profondi ed
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Cappella - 17