come una lastra di marmo in parte lavorato, inserita sotto il pronao, alla sinistra
della grata, certo proveniente dall’abbattuta Ascensione.
Ed è forse proprio sfruttando in parte i muri perimetrali di quell’edificio o
del tempietto alessiano appena iniziato, che attorno al 1665 si costituì la base e
la parte inferiore della finta montagna del Tabor.
E l’opera dovette ancor rimanere sospesa a causa delle continue ristrettezze
economiche, o avanzare di ben poco, infatti il vescovo Tornielli il 26 agosto
1641 notò che era ancora scoperta. Solo con atto del notaio Gian Giacomo Cravazza del 12 febbraio 1647 vennero aggiudicati a Giovanni Giacomo D’Enrico,
figlio di Pietro, e quindi nipote di Giovanni D’Enrico e del Tanzio, dei lavori
per completarla. È quindi assai probabile che solo allora sia stata ripresa la costruzione e proseguita lentamente fino a voltare la cupola nel 1660. Il Fassola
infatti dice esplicitamente «è stata levata in alto da terra l’anno del mille sei
cento sessanta». E la stessa notizia riporta poi il Torrotti. Infine il 4 ottobre
1664 la Fabbriceria decise di innalzare secondo il progetto originale la lanterna
di coronamento, risultando il vano piuttosto scuro. Si concludeva così dopo un
avanzamento quanto mai faticoso solo nel 1665 la costruzione della cappella.
Ma di chi era il progetto originario? Quasi certamente di Giovanni D’Enrico.
Certo nel grandioso piano di ristrutturazione generale del Monte elaborato dal
D’Enrico e da Bartolomeo Ravelli nel 1614 venne compresa anche la cappella
della Trasfigurazione, che è ben visibile in pianta in una planimetria riguardante la sistemazione dell’area centrale della Nuova Gerusalemme, abbandonando
così definitivamente il più modesto progetto alessiano.
Ma risultando troppo alta venne poi abbassata per ordine della Congregazione dei Fabbriceri, come ricorda il Fassola «acciò sia più godibile dall’occhio».
Si giunge così alla fase figurativa con l’intervento degli scultori. Stupisce che
il Fassola, che scriveva a pochi anni di distanza dai fatti abbia creduto di Giovanni D’Enrico le statue che campeggiano in alto di «Cristo, Giacomo, Pietro,
Giovanni, Moisè ed Elia», le uniche esistenti alla sua epoca. Non stupisce invece che lo abbiano ripetuto il Torrotti e molti altri dopo di lui fino alla fine del
Settecento. Eppure il D’Enrico, statuario per eccellenza del Sacro Monte era
scomparso ormai da più di un quarto di secolo (7 febbario 1644) ed il suo allievo
e continuatore Giacomo Ferro da sedici anni (1655).
Solamente con la guida che porta l’imprimatur del 1779, pubblicata però ormai agli inizi dell’Ottocento, compare per la prima volta il nome dello scultore
Pietro Francesco Petera di Varallo per le tre statue di Gesù, Mosé ed Elia, mentre
rimane l’insostenibile attribuzione al D’Enrico per quelle di Pietro, Giacomo e
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