simo nell’incisione pressoché coeva di Hendrick Van Schoel (Milano, Raccolta
Bertarelli), dedicata al cardinal Federico Borromeo, deceduto nel 1631, e quindi
anteriore a quella data. Si può quindi conchiudere che per tutto il primo trentennio del Seicento i lavori dovettero rimaner sospesi.
L’autore, o i due autori, se si deve pensare anche al Ravelli, si rendevano conto del ruolo di particolare prestigio che la costruzione veniva ad assumere nel
complesso generale del Monte, per la sua posizione centrale ed emergente, tanto
da risultare come il vertice attorno al quale ruota tutto il complesso edilizio della
Santa Montagna varallese.
Per questo vollero farne una delle cappelle più grandiose e prestigiose anche
per dimensioni. Ed è logico che Giovanni Giacomo D’Enrico, chiamato dopo
anni, a continuare l’Opera progettata dallo zio si sia attenuto il più fedelmente
possibile al suo progetto.
L’imponente edificio si erge maestoso a forma di duplice cilindro concentrico, di ascendenza ancor manieristica; quello inferiore più ampio e robusto,
come un poderoso basamento o bastione dalle mura ciclopiche, sul quale si leva
nitido il secondo, conchiuso da un semplicissimo cornicione e coronato dal lanternino.
Sul lato verso nord, ove è volta la facciata, si sviluppa l’arioso pronao, la parte
architettonicamente più elegante e ricercata rispetto allo spoglio volume della
cappella, a colonne binate, poste su alti plinti e reggenti un ampio arco sertiano
coronato dal timpano.
Se la struttura riecheggia lo schema della facciata alessiana della cappella di
Adamo ed Eva, ne abbandona però l’austera, solenne severità, reinterpretandola in chiave sostanzialmente decorativa, ricca di agilità e di vivacità cromatica per la presenza di elementi architettonici in pietra verde scura che spiccano
sull’intonaco e sul granito, come il duplice, sottile cornicione sorretto da una
fila di mensoline, che si ispira in modo evidentissimo ad un motivo tipico delle
architetture oropee, eco indiscutibile delle ripetute permanenze e dell’intensa
attività dei D’Enrico in quel celebre Sacro Monte biellese.
Con l’erezione ed il completamento della cappella della Trasfigurazione
sull’alto del colle non dovettero però scomparire del tutto le tracce della preesistente cappella dell’Ascensione. Infatti, oltre al già ricordato resto di muratura
che emerge in basso sulla destra del pronao, il Galloni ricorda che «si rinvennero sul posto della Trasfigurazione reliquie di una precedente edicola”, riferendosi verosimilmente alla sua epoca.
Vi è poi anche la presenza di materiali di recupero nelle strutture murarie,
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Cappella - 17