Si provvederà di conseguenza qualche anno dopo (1596) ad iniziare l’erezione del nuovo tempietto per il Cristo che porta la croce, ossia della Salita al
Calvario, in vicinanza della Crocifissione, tuttora esistente, che verrà dotato di
statue del Tabacchetti. Quelle gaudenziane invece verranno trasferite nella casa
del Valgrana, dietro al Santo Sepolcro, luogo di ripostiglio e laboratorio, come
risulta da uno scritto del 29 novembre 1602, ove finiranno i loro giorni, salvo il
busto del Cristo, emigrato, come sembra, nella collegiata di Varallo.
Così, solo negli ultimi anni del Cinquecento, nella “chiesa negra” il mistero
di Gesù che porta la croce cederà tutto il vano all’ultimo venuto, ossia al Cristo nel
deserto o Tentazione.
Del 19 ottobre 1594 è una lettera del vescovo Bascapè riguardante le pitture
della cappella. È passato però solo poco più di un anno dalla sua visita pastorale
e pare evidente che gli ordini da lui dati non possano ancora esser stati eseguiti,
e che quindi ci si riferisca ancora alla prima redazione del mistero in cui figuravano ovviamente ancora gli affreschi della Cattura, mentre la totale ristrutturazione deve esser avvenuta qualche anno dopo.
Venne allora abbattuto finalmente il muro divisorio, riducendo il tempio ad
un solo grande vano come è oggi; furono murate la porta ed il piccolo rosone sul
lato posteriore; venne aperta un’altra porta in corrispondenza a quella della parete di destra anche su quella di sinistra (cioè verso nord) quale ingresso per chi
giungeva dalla cappella del Battesimo, porta che ben si nota in molte vedute seicentesche del Monte, e che è ben evidente ancor oggi per quanto murata. Venne
abbattuto il protiro antistante alla porta di facciata, che non è più raffigurato
nelle varie vedute del secolo XVII.
Si potè quindi procedere, presumibilmente verso il 1595-96, a dare l’assetto
definitivo anche alla scena, senza ovviamente sostituire le due statue dei protagonisti, già in opera, come si è visto, fin dal 1583, con quella di Gesù sulla
destra seduto ed alla sua sinistra Satana, forse seminudo, in piedi dinnanzi a lui,
contraddistinto come demonio soprattutto dai vistosi piedi caprini, mentre gli
porge tre pietre per tentare il Signore a trasformarle in pani, richiamandosi in
modo evidente allo schizzo che illustra l’episodio nel “Libro dei Misteri”.
Ma l’ambiente era troppo vasto per due sole figure, così si provvede a dotarlo
anche dei numerosi animali che vengono ad arricchire e ad animare la scena,
rendendola più curiosa ed attraente.
Ma chi poteva essere stato l’autore delle une e delle altre statue?
Né il Fassola, né il Torrotti nel Seicento lo dicono. Solo il Bartoli per primo
nel 1777 fa il nome di Giovanni D’Enrico, nome insostenibile per il livello piut130
Cappella - 13