– Amici da sempre, okay. Lo sai che ti dico? Quello che resterà per sempre nella mia
mente sei tu, perché nella vita sono utili anche gli errori. Addio.
Stette malissimo. Lui la cercò più volte, ma lei tenne duro. A scuola ci stava il tempo
strettamente necessario: all’uscita, con le amiche, non si attardava nemmeno un secondo in
più, prendeva il suo autobus e, da dietro i vetri, guardava la massa colorata degli studenti
che si disintegrava in diversi rivoli, come una macchia d’inchiostro. Più volte, in quel
formicolare che s’allontanava piano, aveva individuato lo sguardo d’Enrico che seguiva la
scia del suo autobus; ma dentro di se, l’illusione di vivere un amore eterno, s’era dissolta
come l’ultima neve di febbraio.
Arrivò la primavera, i fiori, l’erba. Monica cominciò a sentirsi proprio così: un filo d’erba
pronto a crescere nelle asperità di un terreno ormai sgombro dalle illusioni adolescenziali.
Un filo d’erba. Verde. Già, verde come la speranza: e quest’ultima, per fortuna, abbondava
nel suo cuore. Era già qualcosa. Era la fiducia, comunque, nel futuro.
E il suo futuro stava passando nei paraggi. Aveva la faccia di un ragazzo che osservava
con attenzione l’orario delle lezioni. Monica l’avvicinò e chiese per l’aula magna:
– L’aula magna?… Certo, vieni che ci andiamo insieme.
L’aula era situata al primo piano e, visto che l’ascensore era trafficato, presero per le
scale. Lui spiegò di essere arrivato da poco in città:
– D’altra parte, conosco appena anche i posti importanti di
quest’ università: l’entrata principale, la segreteria, l’aula magna e il distributore di caffè
rappresentano tutto quel che conosco di questo posto, concluse sorridendo.
Quando arrivarono davanti all’entrata dell’aula, il corridoio intasato dalla massa vociante
dei ragazzi nell’attesa d’assistere alla prima lezione di Filosofia del nuovo anno accademico,
rallentò il loro cammino. Mancavano ancora più di venti minuti all’inizio della lezione.
Monica ne approfittò per informare Renato sui luoghi di ritrovo della città, perlomeno quelli
che conosceva. Poi, ad un tratto, lo perse di vista. L’aula era notevolmente spaziosa. Tutte
le file, o quasi, erano state occupate. Le toccò raggiungere i posti in alto: gli unici liberi.
Finalmente fu in cima. Come primo giorno, l’università, fu letteralmente una scalata
ripida. Dagli ultimi posti si dominava tutta la scena e, tutto sommato, si stava comodi. Il
docente che parlava nel microfono, diede il benvenuto. Non era ben distinguibile; tuttavia,
la sua voce arrivava con precisione. Il suo tono era coinvolgente. Le due ore del corso
intensivo trascorsero senza un attimo di monotonia. Quando la lezione ebbe termine, la