STILELIB(e)RO Racconti di periferia | Page 103

– Amici da sempre, okay. Lo sai che ti dico? Quello che resterà per sempre nella mia mente sei tu, perché nella vita sono utili anche gli errori. Addio. Stette malissimo. Lui la cercò più volte, ma lei tenne duro. A scuola ci stava il tempo strettamente necessario: all’uscita, con le amiche, non si attardava nemmeno un secondo in più, prendeva il suo autobus e, da dietro i vetri, guardava la massa colorata degli studenti che si disintegrava in diversi rivoli, come una macchia d’inchiostro. Più volte, in quel formicolare che s’allontanava piano, aveva individuato lo sguardo d’Enrico che seguiva la scia del suo autobus; ma dentro di se, l’illusione di vivere un amore eterno, s’era dissolta come l’ultima neve di febbraio. Arrivò la primavera, i fiori, l’erba. Monica cominciò a sentirsi proprio così: un filo d’erba pronto a crescere nelle asperità di un terreno ormai sgombro dalle illusioni adolescenziali. Un filo d’erba. Verde. Già, verde come la speranza: e quest’ultima, per fortuna, abbondava nel suo cuore. Era già qualcosa. Era la fiducia, comunque, nel futuro. E il suo futuro stava passando nei paraggi. Aveva la faccia di un ragazzo che osservava con attenzione l’orario delle lezioni. Monica l’avvicinò e chiese per l’aula magna: – L’aula magna?… Certo, vieni che ci andiamo insieme. L’aula era situata al primo piano e, visto che l’ascensore era trafficato, presero per le scale. Lui spiegò di essere arrivato da poco in città: – D’altra parte, conosco appena anche i posti importanti di quest’ università: l’entrata principale, la segreteria, l’aula magna e il distributore di caffè rappresentano tutto quel che conosco di questo posto, concluse sorridendo. Quando arrivarono davanti all’entrata dell’aula, il corridoio intasato dalla massa vociante dei ragazzi nell’attesa d’assistere alla prima lezione di Filosofia del nuovo anno accademico, rallentò il loro cammino. Mancavano ancora più di venti minuti all’inizio della lezione. Monica ne approfittò per informare Renato sui luoghi di ritrovo della città, perlomeno quelli che conosceva. Poi, ad un tratto, lo perse di vista. L’aula era notevolmente spaziosa. Tutte le file, o quasi, erano state occupate. Le toccò raggiungere i posti in alto: gli unici liberi. Finalmente fu in cima. Come primo giorno, l’università, fu letteralmente una scalata ripida. Dagli ultimi posti si dominava tutta la scena e, tutto sommato, si stava comodi. Il docente che parlava nel microfono, diede il benvenuto. Non era ben distinguibile; tuttavia, la sua voce arrivava con precisione. Il suo tono era coinvolgente. Le due ore del corso intensivo trascorsero senza un attimo di monotonia. Quando la lezione ebbe termine, la