volge il cliente, che con orgoglio è convinto di resistere all’acquisto e in seguito cede terreno su altri campi di battaglia; coinvolge
l’operatore del call center, che crede di essere un venditore furbo
destinato a un’illusoria felicità a tempo indeterminato; coinvolge
i legislatori che credono in un liberismo economico privo di vittime; coinvolge gli imprenditori che pensano di possedere la ricchezza eterna. Comprendo che la ‘cosa’ non è unica, che fa rete,
che condivide i dati con altre migliaia di masse tumorali sparse
nel mondo capitalista. Anonimo hubdi una mente collettiva e
muta: i dati parlano da soli e ci condannano a una morte afona
senza bisogno di aggiungere altre parole. Non c’è scampo. Anche
se stacco il telefono e chiudo la televisione nell’armadio, la ‘cosa’
mi raggiunge, mi fagocita, mi educa e poi mi risputa nel mondo
come un mostruoso messia che invia apostoli inconsapevoli in
giro per il pianeta a predicare la buona novella dell’onnipotenza
commerciale ed esistenziale.
Ripenso alla mia inadeguatezza sociale, alle mie sconfitte sentimentali profetizzate dagli estratti conto, all’orgoglio nell’essere
diverso per illudersi di non far parte del Sistema, al mio eterno
presente economico che non prevede sviluppi futuri. Io, ipoteca
di me stesso.
La monotonia sembra essere diventata un problema nazionale,
oltre che personale. Sentiamo l’esigenza di abbandonare antichi
schemi familiari in vista di orizzonti esistenziali flessibili: il ricordo, la tradizione, i luoghi e gli oggetti pregni di significato, rappresentano al tempo stesso un peso fastidioso da cui liberarsi e i
simboli necessari, archetipici direi, che nutrono la nostra individualità. Da una parte sentiamo di non poter fare a meno di certe
‘fonti storiche’ personali, dall’altra siamo consapevoli che la vera
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