L’errore sonnecchia in me. Improvvisamente avverto una voglia
matta di sbagliare, di indagare sulla vera natura della gerarchia
piramidale di questa azienda. Ritorno indietro sui miei passi e il
Supervisore ricomincia a sbraitare, ma lo ignoro.
- Dove pensi di andare? Sei in pausa da più di dieci minuti... Vostra grazia intende fare qualche pezzo oggi? Il suddito, prigioniero dello stesso programma, non ha ancora
capito che l’energia per la vera produttività non proviene dall’esterno, non può essere imposta, trasmessa per osmosi con micropompe terrorizzanti e lubrificate da minacce occupazionali.
Per essere un buon Supervisore occorrono un’innata stupidità,
la capacità di far sentire inadeguati i propri sottoposti anche
quando lavorano alacremente e l’illusione di poter pilotare la
produttività ordinando applausi o reprimende. La filosofia del
rematore di galea non attecchisce più sul mio cervello frustato e
incatenato. Lo schiavo numero 103 abbandona i remi: eloquenti
amici inquadrati, che sputacchiate sui vostri microfoni cercando
di vendere il nulla, vi lascio il mio soldo e la zuppa. Lo so, non
mi seguirete: in compenso sarò io a seguire voi, dall’interstizio
bizzarro esistente tra realtà e fantasia, tra la pace dei sensi e il
desiderio di sapere.
- Mi piace osservare i miei concittadini, soprattutto nei giorni di
festa...- osservazioni etologiche all’inizio dolorose a causa del distacco, ma in seguito divertenti e necessarie per capire, per sapere
chi sono, per dirigere i miei passi verso la parte vera del mio esistere
terreno. Aspettando una luce superiore che non necessita di strappi sociali, di odio, di guerre bianche, di sentimenti negativi covati
nell’ombra, di rappresaglie familiari, ma che si nutre di serenità e
di una verità afona che non ha bisogno di spiegazioni. I sensi di
colpa instillati dall’insicuro cederanno il posto al coraggio intelli41