I tempi dell’azienda non coincidono con i tempi del lavoratore.
Caso mai vale il contrario: è il lavoratore che, sopprimendo ogni
forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione. I tempi formativi, la crescita individuale, la riflessione applicata al miglioramento delle mansioni, la partecipazione attiva al proprio progetto
lavorativo, l’autogestione matura del proprio contributo produttivo, sono elementi superati in determinati contesti aziendali dove
è più facile applicare un rapido ricambio del personale. Da qui la
sensazione di estraniazione applicata al mondo del lavoro: il lavoratore diventa una rondella sostituibile. Niente di più! L’elogio
della lentezza è caduto in disuso. L’individuo è morto.
Insicurezza, umiliazione incentivante, precarietà, sottomissione
e futuro incerto: anche l’ora d’aria per il pranzo e le pause per
andare a pisciare diventano indicatori di prestazione. Sono l’insignificante rotella dentata di un meccanismo che schiaccia in
maniera incruenta la dignità dell’individuo.
- Questo lavoro non appartiene alla mia cultura! - riesco finalmente a dire quasi ad alta voce, con mia grande sorpresa dopo
mesi di veleno ingoiato, mentre tiro lo sciacquone. Esco dal cesso con uno strano sorriso stampato sulla faccia e incontro vicino alla macchina automatica del caffè un collega antipatico con
cui non ho mai legato. Penso che questo ambiente sia ottimale
per mettere gli uni contro gli altri: una stupida competizione
per essere vincenti, per superare e quindi superarsi. Sono prigioniero di falsi ideali produttivi. Mi svezzo da solo, mi libero
dal dominio delle cuffie. Decido di sorridergli per dare vita a
una contro-programmazione aziendale, per cominciare la mia
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