Il Supervisore dei box pomeridiani, segmento principale dell’anellide telefonico, dal lembo estremo del call center sbraita qualcosa di minaccioso contro di me. La smetto di giocare allo yo-yo
umano e torno con la mia sedia girevole nella posizione standard
da allevamento intensivo: rispettare l’interfaccia operatore-monitor è la prima regola per ottenere una concentrazione produttiva. Il sofisticato programma in dotazione all’azienda vomita in
automatico nomi, cognomi, indirizzi e numeri telefonici in sequenze apparentemente random: nelle cuffie sentiamo squillare
i telefoni degli utenti raggruppati in numero di dieci. Terminato
il gruppo dei prescelti dal programma, se nessuno ha risposto,
abbiamo la facoltà di attendere un po’ prima di lanciare la nuova
sequenza di numeri: ma l’attesa non deve essere né troppo breve
né prolungata, altrimenti quelli del Grande Fratello potrebbero
pensare che lavori troppo e male oppure poco e male.
Siamo batterie umane che forniscono energia al mercato dell’inutile, liberi prigionieri della nuova economia. Siamo le scimmie ammaestrate del telemarketing, legami effimeri tra prodotto e consumatore. Siamo embrioni promozionali immersi nel
liquido amniotico del sistema aziendale, in attesa di nascere o
di abortire, illudendoci di vivere. Il nostro set cuffia-microfono,
come una morsa bizzarra posta sul cranio a presidiare desideri
e pensieri, rappresenta l’unico contatto con il mondo esterno,
l’unico strumento a nostra disposizione per vendere l’immaterialità a persone che non conosceremo mai.
Mi lascio alle spalle
inganni e mezze verità
mentre spingo
sull’acceleratore malinconico
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