Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili: l’assoluta mancanza di diritti e
la facile reperibilità di cosiddette ‘risorse umane usa e getta’, come
lamette usate poco, infelici ma non ancora pronte a morire, rappresentano l’autentico propellente di quelle aziende che affidano
la propria sopravvivenza a una delle carte vincenti della moderna
economia: la precarietà del lavoratore.
La molla che fa scattare il meccanismo perverso della precarietà è
il bisogno.
- Siamo moscerini schiacciati sul parabrezza di un’economia veloce, - penso in maniera disincantata - e che nessuno mai rimpiangerà. Il tergicristallo della flessibilità ripulisce i luoghi di lavoro in vista di nuovi treni provenienti dalle miniere di kipple sociale e
carichi di una moderna carne da cannone.
Il pleomorfismo occupazionale nasce dal bisogno di soddisfare quelle esigenze primarie di un’esistenza biologica e culturale a
cui si intende dare il nome di Vita. Gli imprenditori, incoraggiati
dall’invenzione vergognosa dei cosiddetti contratti a progetto, utilizzano consapevolmente il bisogno così come il contadino adopera la carota appesa a un filo dinanzi agli occhi dell’asino dubbioso:
nel tentativo di raggiungere asintoticamente il premio ci muoviamo in maniera motivata e muovendoci verso un futuro inesistente
trasformiamo l’energia dell’entusiasmo in prodotti, in oggetti materiali e immateriali, contribuendo alla produttività generale della
grande e benevola famiglia per cui lavoriamo e da cui riceviamo
solo ignobili briciole gettate sotto