per vedere il suo interlocutore.
Wilhelm Keitel lo raggiunse con passo deciso e sguardo vacuo. L’anziano ufficiale sembrava molto provato dal clima,
più che dall’età e dalle responsabilità sull’andamento della
guerra che si portava da anni sulle spalle.
Claus Von Stauffenberg si mise sull’attenti e così il suo attendente.
- Le posso concedere solo pochi minuti. - disse il feldmaresciallo con aria stanca. - Il Führer ha anticipato la riunione
alle 12.30. - Faremo presto. - ribatté Von Stauffenberg imperturbabile.
Il feldmaresciallo mise una mano sulla porta della baracca,
fece per entrare ma si fermò. Si girò di nuovo verso i due ufficiali.
- Sa cosa le dico, forse è meglio che informi direttamente il
Führer di tutti i dettagli durante la riunione. Ha deciso di
non andare nel bunker. Fa troppo caldo. Von Stauffenberg ebbe un sussulto: le cariche nel bunker
sarebbero esplose amplificando la deflagrazione, mentre in
una baracca l’esplosione sarebbe stata meno efficace.
- Tutto bene, Herr Oberst? - chiese Keitel sinceramente preoccupato.
- Sì, signore. - rispose il colonnello cercando di non far trapelare le sue emozioni.
Credeva di avere tempo fino alle 13.00. Nelle sue condizioni
fisiche armare le due bombe in così poco tempo non era impresa facile, e oltretutto le distanze del campo erano notevoli e doveva calcolare bene i tempi per la detonazione, anche
per riuscire ad andarsene prima dell’esplosione.
- Fa davvero molto caldo, - riprese Von Stauffenberg - in ef-
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