l’aveva poggiato il giorno in cui era sparito.
Da quell’angolazione rifletteva la pallida luce della Luna. Si sedette un po’ a guardarlo, mentre si massaggiava il braccio per
attenuare il dolore.
Decise di andare a dormire e riprovarci l’indomani. Era sabato,
avrebbe avuto tutto il giorno a disposizione per aprirlo.
La mattina dopo il Cubo era di nuovo sul tavolo della cucina.
L’uomo riusciva a vederlo dal bagno, mentre si lavava i denti.
Ogni tanto sporgeva la testa e guardava l’affare.
Replicò l’operazione tre o quattro volte, prima di finire di lavarsi
completamente.
Si preparò il caffè senza mai staccare lo sguardo. Lo bevve sedendogli davanti.
Il Cubo restituì lo sguardo dell’uomo attraverso le sue superfici
poco riflettenti. Sembrava aspettare.
Quel pensiero gli si formò nettamente nel cervello.
Il Cubo stava aspettando.
Ma cosa?
E poi, per quale dannato motivo, associare dei comportamenti
antropomorfi a quell’oggetto?
Improvvisamente gli venne un’idea: prese l’accendino della cucina e si avvicinò al cubo. Ebbe un attimo di esitazione prima
di afferrarlo. Superò la sensazione e lo prese in mano. Accese la
fiamma e la pose sotto al Cubo, sperando di scioglierne un lato.
Il Cubo brillava nei riflessi rosso-arancioni.
Dopo un po’ di tempo e di gas consumato, l’arnese era ancora
intatto. L’uomo iniziava a sudare.
Cercò di resistere ancora un po’, tentando di scardinare le difese
dell’oggetto.
Nulla.
In compenso la casa sembrava un forno. Si rese conto di gronda55