Si inginocchiò sotto il lavello. Udì il rumore di prima provenire,
ora, dalla camera da letto. Si alzò di scatto, sperando in un qualche tipo di animale introdottosi per errore in casa sua.
La stanza era vuota. Guardò sotto il letto.
Nulla.
Diede un’occhiata all’orologio, era tardi, avrebbe indagato al ritorno, pensò, trovando così anche una giustificazione mentale al
provare un lacerantetimore nello stare in casa da solo da quando
aveva ricevuto il Cubo; uscì velocemente di casa.
Ricevuto non era la parola giusta. Un pomeriggio era tornato a
casa e proprio lì, sul tavolo della cucina, aveva trovato il Cubo.
La porta era chiusa dall’interno. Non riusciva a capire chi potesse averlo poggiato sul tavolo in sua assenza.
Si avvicinò con circospezione e lo toccò cercando di stimolarne
una qualche reazione. Non accadde nulla. Da quel giorno aveva
provato ad aprirlo centinaia di volte: gli sembrava che contenesse qualcosa. Muovendolo sentiva la presenza di un oggetto al
suo interno. Qualcosa di soffice.
L’uomo tornò a casa e si ritrovò il Cubo sul tavolo della cucina.
Rimase con la sua valigetta sulla soglia della porta. Mandibola
spalancata e sopracciglia alzate per la sorpresa.
Lasciò cadere la valigia e si precipitò nello sgabuzzino. Trovò il
martello da muratore e si diresse con sguardo truce verso l’oggetto nero sul tavolo.
Prima martellata.
Il Cubo resistette.
Seconda martellata.
La vibrazione si ripercosse sul braccio e gli fece male alle ossa.
Il Cubo resistette.
Niente da fare. Rinunciò all’impresa. Demotivato, afferrò il Cubo
e lo posò sul mobile vicino alla finestra. Lo stesso mobile dove
54