Il Cubo
di Giuseppe Scapola
R
igirò il cubo tra le mani. Non c’erano segni evidenti di possibili aperture.
Il Cubo, nero, era lievemente ruvido al tatto.
Non più grande di due pugni, il Cubo era leggero e al tempo
stesso emanava un’idea di solidità.
Lo guardò ancora. La luce si rifletteva debolmente sui lati. Cercò, con le unghie, di aprirlo in qualche maniera.
Nulla, sembrava inscalfibile.
Lo posò sul mobile vicino alla finestra, finì di annodarsi la cravatta e si preparò per andare al lavoro.
Tornò a casa dopo sette ore. Il Cubo non c’era più.
Lo cercò con cura in ogni posto. Pensò che potesse essere caduto
a terra, per chissà quale motivo, ma era piuttosto improbabile,
visto che nessuno aveva accesso alla casa e non c’erano segni di
scasso o finestre lasciate aperte.
Niente.
Nessuna traccia di quel maledetto affare.
L’uomo andò a dormire.
L’indomani mattina, come tutte le mattine, si preparò per andare
al lavoro.
Mise la tazza sporca di caffè nel lavandino e si diresse verso la
porta. Lanciò un’ultima occhiata alla stanza vuota per cercare
tracce del Cubo svanito. Non trovò nulla.
Si era appena voltato quando sentì un lieve ansito proveniente
dalla cucina. Una sorta di rumore sordo che gli fece rizzare i peli
sul collo. Ritornò in cucina con circospezione e si guardò in giro.
Nulla.
Guardò sotto i mobili; inspiegabilmente riconduceva quel rumore all’oggetto inanimato che aveva perduto il giorno prima.
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