in tanto la creatura si lascia sfuggire sbuffi e smorfie di dolore,
e del sangue scuro ha ripreso a fluire da ferite non del tutto rimarginate. L’espressione immutata del negromante irrita il lupo,
che con stizza lascia cadere in terra il prigioniero. Poi rimane a
fissare Bruulnish, in un’imitazione derisoria della sua postura,
chiaro e irriverente gesto di sfida.
- Sembra che ci troviamo di fronte a un branco inferocito di
Smurjask, e invece siamo undici contro uno. È lui che dovrebbe avere paura, e soprattutto essere grato per aver riavuto il suo
piccolo verme strisciante. Pare invece che dei fieri canidi siano
in soggezione davanti ad un esile fantoccio fatto d’ossa e melma.
Dice queste parole bisbigliandole ai commilitoni vicini, contrariamente alle sue chiassose abitudini, ma l’orco inclina leggermente la testa, e il ghigno sul volto sparisce. Udito affinato dalla
cecità, oltre che da anni di pratiche magiche che già di per sè
estendono i sensi oltre il normale. La sua mano ossuta strofina
con foga una fibbia annerita dagli anni, che spicca nel mezzo della cinta che regge i suoi calzoni sbrindellati. Sembra incredibile,
ma più lui ripete quel gesto più nelle sue orbite incolori prende
consistenza una forma scura. A Meg paiono due fiammelle nere,
che tremolano o si ravvivano a seconda dei pensieri e dell’umore
del negromante. I due fuochi si ingrandiscono, testimoniando la
rabbia profonda dell’essere, quando riprende a parlare.
- Già. Voi supponete. Pensate. Un dono immeritato per delle bestie.
L’orrido sorriso tornò a segnargli la faccia, ora più intenso e cattivo.
- Tanto convinti che quegli sgorbi siano i miei unici servi, da ri63