brulla, grossi bastoni appuntiti sono conficcati al suolo. Sembrano in osso o in avorio, e ognuno di essi è sormontato dal teschio di un animale. Riconoscono crani di cervi, donnole, lepri
e orsi; sui quali il padrone di casa ha infierito, imbrattandone la
superfice con strani simboli neri, presumibilmente di catrame o
carbone.
La terra arida pare quasi grigia e su di essa una luna smorta proietta i macabri profili delle lunghe aste. Sembra che le ombre
danzino alle folate brevi e intense che spirano da ogni direzione,
a intervalli regolari. Ciò contribuisce a rendere lo scenario ancor
più cupo e grottesco. D’un tratto le orecchie di Meg percepiscono un movimento al di là della magione. “Deve esserci una porta che dà sul retro”. Una grossolana figura si allontana dalla baracca, dando loro le spalle e fischiettando un motivetto con voce
roca e sgraziata. Giunto nei pressi di un cerchio di sassi tondi che
sembrano immuni alla sabbia e al vento, si inginocchia unendo
le mani all’altezza del torace. Inizia quindi a intonare una litania monotona e oscena. A un cenno del comandante, i soldati
prendono a strisciare di cespuglio in cespuglio, in modo da avvicinarsi il più possibile. Ora riescono a scorgerne il cranio calvo,
sulla cui sommità spicca una treccia corvina, tenuta in piedi da
stringhe di cuoio e tendini di animale. Vedono anche due macabri pendagli a forma di teschio umano, appesi ai lobi sbrindellati
delle orecchie, che sembrano come rosicate dai sorci.
Sebbene dia loro le spalle, è facile intuire la presenza di altri manufatti in osso, avvolti attorno al collo e alle braccia e che tintinnano ad ogni suo movimento, producendo un suono snervante
di corpi triturati sotto un masso. Gli arcieri si muovono in fretta, assumendo la posizione di attacco, archi tesi ad attendere un
cenno del cane bianco, il loro capitano, che intanto studia attentamente l’evolversi degli eventi. D’un tratto la creatura smette di
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