forse scontrato con l’omicida. La vista si è adattata all’oscurità
profonda della notte e gli antropomorfi riescono ad evitare con
agilità i tronchi spettrali, che si protendono all’altezza degli occhi quasi a voler agguantare gli incauti viaggiatori.
“Kracos non è un orco, nè un negromante. È entrambe le cose.”
Megaris osserva con disgusto l’abitazione, una catapecchia con il
soffitto sfondato e le assi di legno marce. Fori di svariate dimensioni trovano spazio su porte e finestre, facendo rassomigliare il
tugurio a un pezzo di formaggio gruviera. Sullo stipite della porta d’ingresso sta un cranio di bue muschiato, le cui orbite cave
paiono spiare l’area attorno. Avvolta alle corna della bestia una
macabra collana d’ossa viene fatta oscillare da occasionali colpi
di vento. Lo scricchiolio che ne viene fa attraversare un brivido
nelle spine dorsali dei canidi, acquattati dietro i cespugli adiacenti alla recinzione che segna i confini della proprietà.
Pit tiene la loro guida sotto un braccio, con le dita serrate