netto due dita della mano sinistra. Tre degli orecchini d’ottone
con cui i suoi sono soliti ornarsi le orecchie, sono stati strappati e
al loro posto ci sono solo brandelli di carne rappresa. Gli fa quasi
pena: dopo quello che ha subìto, ora è tra gli artigli di un mostro
orribile, che non smette di dargli il tormento. Il comandante si
avvicina un altro po’, notando appena sotto l’occhio del goblin
un minuscolo marchio a fuoco, recante le iniziali K.B.. Prende
a toccarsi con insistenza il viso, estraendo con l’altra zampa una
corta daga in osso. Il messaggio era chiaro: la mancata collaborazione, avrebbe inesorabilmente posto fine alle sue sofferenze.
- Grog te ma ndurek! Crapsk urglk ma korevak! Braag hu torarsk!
- K e B. ... che vogliono dire quelle lettere? Chi è il tuo padrone?
padrone, capisci?
- Huur te kroaktk, mirvishii bra ughmeegh, prin ghruul ma
Con un moto d’ira, Pitagora cerca di affondargli la lama nel collo,
irritato ormai alla nausea da quel linguaggio. Si ferma alla zampa alzata del superiore, che con un ramo ha disegnato sul terreno le due lettere. Nel delirio del momento, con la vista e i sensi
appannati, solo ora il goblin intuisce le pretese dei suoi aguzzini.
Si anima di un’energia insospettata, indicando i simboli scavati
nella terra, cercando per l’ennesima volta di divincolarsi dalla
stretta e ululando ripetutamente un nome: Kracos Bruulnish.
Megaris annuisce.
- Dev’essere il proprietario dei pelleverde trucidati tra gli alberi. Un orco, forse. O qualche nomade negromante delle terre di
Kaba. Lui ci dirà chi stiamo cercando. E tu che lo volevi fare fuori...
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