tutt’intorno. Non è ancora chiaro il motivo di quel massacro, ma
Megaris intende far luce, e ha giurato vendetta. Nessuno tocca il
popolo dei canidi e la fa franca. Lui e gli altri capibranco hanno
trascorso un’intera notte ad ululare alla luna. Concluso il rituale funebre, alle prime luci dell’alba, la maggior parte di loro è
rimasta senza un filo di voce. Poi hanno deciso di formare una
squadra di cacciatori e si sono lanciati all’inseguimento dei responsabili.
Da quel momento hanno viaggiato senza soste per impervie
strade di montagna, lande desertiche, brughiere. Cacciando la
fauna incontrata lungo il viaggio e spostandosi anche durante i
pasti; seguendo con l’innato, acutissimo fiuto l’odore di morte
che quei porci si tiravano dietro. Il campo dei suoi si trova poco
distante e il canide vi si avvia placidamente, immerso nelle sue
congetture. Affretta il passo solo quando un sibilare acuto e le
grida di scherno dei suoi soldati arrivano alle sue orecchie. Davanti al grosso falò approntato per cucinare i conigli e ripararsi
dal freddo pungente, Pitagora tiene per la spalla un piccolo goblin, minacciandolo di morte con il grosso spadone che brandisce con la zampa sinistra. Pit è enorme, senza alcuno sforzo
stringe la creaturina, che si dibatte e strilla imprecazioni in una
lingua indecifrabile. Il muso nero da cane, pieno di folta peluria
e leggermente allungato, si apre in un ghigno sadico, che rivela
una fila di zanne aguzze. Il manto, anch’esso nerastro, era spezzato nel mezzo da una striscia di pelo, leggermente più chiara, che
partiva dalla sommità del capo e lo percorreva per intero, fino
a sparire all’altezza del torace. Una profonda cicatrice incattivisce il suo grugno, marchiandolo dalla fronte alla gola e facendo
sparire l’occhio sotto un lembo di carne ricucita. A differenza
dei suoi compagni, non indossa altri abiti che un corto calzone
di tela e stivaletti di cuoio scuro. La forma rozza e scolpita dei
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