le stupide vicissitudini umane, si rompevano a poche decine di
metri dalla riva increspando la nera lastra dell’acqua vicino alla
battigia. Il colore scuro di quella parte di mare, appena il flutto
lo attraversava, si riempiva di oro, di arancio, di rosa, in miliardi
di frammenti lucenti.
Stavo pensando ad Alain, a quell’ Alain, non un Alain qualunque.
Stavo pensando ai suoi esperimenti, alle teorie che avrebbero
potuto cambiare la nostra idea del mondo e dell’universo. E forse l’avevano già cambiata.
Se tutto ciò che esiste non fosse altro che un ologramma immenso e perfetto che galleggia nel nulla più assoluto, se tutto quello
che tocchiamo, che vediamo, che viviamo fosse solo illusione e
il vero creato, anzi il non creato, non fosse altro che un immenso, infinito, eterno spazio bianco, vuoto, ci comporteremmo allo
stesso modo? Ci affanneremmo ogni santa mattina per correre
da una parte all’altra di questo spazio bianco, solo per scoprire
che il nulla segue, precede, sovrasta solo altro nulla?
Mi alzai. Il sistema nervoso l’aveva avuta vinta sul desiderio di
restare ancora un po’ immerso nella quiete di quel tramonto.
Raccolsi il mio zaino e mi diressi con molta flemma verso la riva
del mare, dove ancora molte persone continuavano a borbottare, chiacchierare, agitarsi e smanacciare.
Qualcosa di brutto doveva essere successo da quel poco che potevo intuire. Mi feci spazio tra la gente, spostando un braccio,
spingendo, allungando la testa.
Me ne aveva parlato Alain. I lunghi pomeriggi trascorsi nella
veranda della sua casa in campagna sembravano ora lontanissimi nel tempo ma potevo ricordare ogni sua espressione, ogni
suo gesto; i suoi occhiali sempre sporchi, il suo modo di servire
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