vamente dal mio stato di trance. Anche i colori sembravano aver
perso gli accenti intensi e caldi ed aver cangiato a toni più freddi.
Mi voltai verso la direzione dalla quale era arrivato l’urlo, breve
e deciso, seguito da lamenti bassi e continui e da parole sovrapposte.
Sulla riva una macchia nera. Osservai meglio, stringendo gli occhi per poter mettere a fuoco nonostante avessi il sole proprio
di fronte a me. Un gruppo di ragazzi era in piedi sulla battigia.
Il loro agitare le mani, il movimento nervoso delle gambe e gli
scatti repentini della testa erano segnale che doveva essere successo qualcosa.
Non avevo molta voglia di alzarmi. Non mi interessava, in fondo, quello che poteva essere successo, fin tanto che quell’avvenimento non fosse arrivato a pochi centimetri da me. E forse non
sarebbe mai successo.
Ma per una bizzarra e misteriosa caratteristica della natura
umana qualcosa mi diceva che avrei dovuto alzarmi ed andare
a vedere che cosa c’era che avesse fatto riunire quel numeroso
gruppo di persone in un momento così rilassante come quello
in cui stavo sprofondando fino a pochi attimi prima. Il cervello
mi ordinava di scattare in piedi mentre il corpo compiva un vero
e proprio ammutinamento ignorando gli ordini provenienti dal
gran capo.
Anche i ragazzi vicini a me erano rimasti seduti sulla sabbia, nonostante avessero tutti lo sguardo rivolto verso il mare. Da quel
punto, intanto, una donna si stava allontanando con le mani sulla bocca, visibilmente stravolta. Era tutto un agitarsi di braccia,
di mani, di gesti rapidi e veloci, ognuno deciso a risolvere la situazione.
Le onde erano sempre lunghe, lasciando scie brillanti controvento, cariche di sale e di lontani profumi marini. Incuranti del57