rifletteva esile sulle mattonelle in marmo del pavimento a scacchiera bianca e nera; luccicando tal volta quando ancora umide
di detersivo.
I loro nasi si arricciarono per via dei forti odori che riuscivano
a percepire: alcol, iodio, ammoniaca, disinfettante ed un debole aroma chimico di limone che proveniva dai bagni socchiusi,
dove un mocio ed un secchio colmo d’acqua lasciavano intuire
che fossero in atto le pulizie pomeridiane. Una sola finestra dava
verso l’esterno ma la tendina di stoffa cadeva davanti, pesante sul
parapetto interno come le pene che affliggevano chi era costretto in quei letti anonimi, plasmati da troppa solitudine. Andando
più avanti passarono le stanze numero tre e sei sulla sinistra, per
arrivare quindi alla nove, subito davanti alla stanza degli infermieri, dove la porta accostata lasciava a malapena sfuggire la
bassa voce del giovane capo reparto in carriera intento a discutere questioni d’ospedale con gli infermieri di turno. I quattro
si fermarono davanti la porta della stanza numero nove, papà
Jason sistemò le giacche a vento dei due pargoli ed il cappellino in lana rossa sulla testa del maschietto per poi rivolgersi alla
moglie - Entriamo prima noi, poi, se sarà il caso, faremo entrare
anche i bambini. - Propose.
- No. - Aveva sentenziato Adia fissando il numeretto in plastica
nera sulla porta che aveva davanti - Entro io, non voglio che i
bambini restino qui fuori da soli, poi verrò a chiamarvi. Non lasciò il tempo al marito di controbattere che spinse la porta, priva di maniglia, verso l’interno ed in un corto cigolio entrò
all’interno della modesta stanza. La luce era molto fioca e filtrava giallastra attraverso i rami di un’alta quercia che sporgeva
davanti al finestrino in volumetrici raggi che si spandevano sulle
tendine giallo sbiadito davanti al vetro; anche quelle verdi pareti
erano spoglie se non per l’alone bianco lasciato dalla forma di
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